di Farid Adly e Francesco Battistini
Corriere della Sera, 29 marzo 2021
Un alto ufficiale vicino al Generale svela perché è stato ucciso il braccio armato dell'uomo forte della Cirenaica. La Corte dell'Aja aveva emesso due mandati su di lui per crimini di guerra. "Werfalli era diventato una zavorra". Per chi? "Per la direzione generale dell'Esercito di liberazione nazionale". Una zavorra per Haftar? "Sì. La decisione di farlo fuori è venuta dalle stanze che contano".
L'alto ufficiale parla sotto anonimato. Ma parla con tono sicuro. È un uomo del generale Khalifa Haftar e come tutta la Libia commenta la vera notizia di queste ore, che non è certo la visita della missione Ue: mercoledì, in una trafficata strada di Bengasi, a due passi dalla facoltà di medicina dell'università, c'è stata una sparatoria furibonda. Un gruppo d'armati ha affiancato l'auto di Mahmud Mustafa Busayf al-Werfalli, 43 anni, il boia della Cirenaica. Ha aperto il fuoco. E ammazzato il libico più ricercato dalla giustizia internazionale dopo Saif al Islam, il figlio di Gheddafi. Il comandante delle forze speciali "Al Saiqa" (la Folgore) di Haftar. Il braccio armato, e insanguinatissimo, del generale che voleva farsi rais.
Non è un delitto jihadista, dice l'anonimo ufficiale. È un delitto di Stato. "E questa non è una congettura che vi trasmetto: è un'informazione". Molto si capisce da come si sono mossi i killer, spiega: "Il gruppo d'assalto ha agito con professionalità. Non ha lasciato tracce. E s'è dileguato su un'auto senza targa. I jihadisti non hanno questa capacità organizzativa. E soprattutto non potrebbero operare in una città sotto assedio, com'è Bengasi in questi giorni, blindata ovunque da posti di blocco che servono a garantire il passaggio di poteri dal governo di Al Thinni al nuovo governo d'unità nazionale, guidato da Abdul Hamid Dbeibah". Quindi c'è un legame fra questo delitto e la svolta politica in Libia? "Certo che c'è".
Le prime condoglianze per la morte di Werfalli sono arrivate proprio da Haftar, che accusa i "vili manovratori nel buio" e cita l'"esempio di coraggio e redenzione nella battaglia d'orgoglio e dignità contro gli eretici e gli estremisti". Poche parole, ben diverse dal caloroso video e dalla fluviale commozione espressi quando morì un altro capo della Folgore, Boukhmadi. La sua battaglia, Werfalli la combatteva con fin troppo zelo. "Speravo lo processasse la giustizia umana - è il gelido necrologio del leader dei Fratelli musulmani libici, Abdul Razzaq al Aradi -, oggi si trova di fronte alla giustizia divina".
Diplomato alle accademie militari di Gheddafi, salafita ultraconservatore, il comandante dei cinquemila miliziani d'Al Saiqa amava vantarsi delle sue imprese, fino a filmarsi: sul web si può trovare il video del gennaio 2018 in cui radunò una folla davanti a una moschea di Bengasi, dov'erano esplose due autobombe, e a favore di telefonini e d'applausi fece inginocchiare dieci jihadisti bendati, per giustiziarli uno dopo l'altro con un colpo alla fronte. "Questa è la mia legge - sfidò -. Se loro faranno nuovi attentati, io farò fuori altri terroristi. Qui, davanti a tutti. Voglio vedere se provano a processarmi per questo".
La Corte dell'Aja aveva emesso nel 2017 e nel 2018 due mandati di cattura per crimini di guerra e indagava su atrocità varie - dall'esecuzione d'una trentina di prigionieri vestiti con la casacca arancione dei detenuti di Guantanamo, alla morte d'una donna accusata di stregoneria e buttata in pasto a un leone -, ma l'Interpol non ha mai potuto arrestarlo, né la procuratrice gambiana Fatou Bensouda interrogarlo: era coperto da un'immunità speciale. E più Werfalli veniva ricercato, più Haftar lo promuoveva. Ci sono almeno sette video che ne raccontano le terribili gesta, corpi sfigurati e presi a calci: Werfalli recitava preghiere, prima di decretare la morte dei prigionieri. Qualche giorno fa, Bengasi era rimasta scossa dalla strage d'undici persone in un cementificio: qualcuno sostiene d'aver sentito i suoi vantarsene. Faceva e disfaceva: a marzo, le immagini delle sue milizie che distruggevano un concessionario Toyota, per punirne il proprietario che non aveva voluto cedere un terreno. Haftar ogni tanto fingeva di chiudere il suo fedelissimo in prigione, salvo scarcerarlo presto. E lasciarlo fare: "Werfalli è un caso nazionale - la spiegazione - e la nostra nazione è più grande di qualunque tribunale".
Perché quest'esecuzione? È un altro Haftar, quello che affronta l'ultima svolta libica. L'intervento turco al fianco dei nemici tripolini, la ritirata dall'assedio della capitale, il cessate il fuoco, l'insediamento del nuovo governo e le elezioni programmate dall'Onu a dicembre, la malattia che a 77 anni lo sta divorando: il generalissimo cirenaico ha visto la sua fortuna rovesciarsi, costretto ad affrontare un malcontento sempre più forte a Bengasi e a Tobruk, oltre che a chiedere maggiori aiuti al suo grande protettore egiziano, il feldmaresciallo Al Sisi.
Le ultime voci, riportate dalla stampa turca, raccontano di mercenari siriani fatti atterrare direttamente a Bengasi, per preparare una controffensiva. Haftar è al crepuscolo? Più volte dato per sconfitto, fin da quando perdeva le guerre di Gheddafi in Ciad, l'eterno rieccolo della scena libica ha ancora risorse. Ma ha anche capito che qualcosa sta cambiando. E che l'opzione militare, per contare al tavolo d'una Libia nuova, forse non basta più.
Uno come il macellaio di Bengasi, chissà, rischiava d'essere un imbarazzo: "Werfalli è stato scaricato per non aggravare l'isolamento di Haftar", dice l'alto ufficiale haftariano. Social media, giornali online, opinionisti sotto anonimato sono tutti d'accordo: "L'assassinio è stato deciso direttamente dal generale". E al di là dei commenti, un segnale giunge dagli stessi uomini di Werfalli. Che pubblicamente giurano una fedeltà (non richiesta) a Haftar. Che smentiscono di voler rompere l'unità cirenaica nella battaglia. Che però chiedono di fare giustizia: "Rapidamente". Qualcosa sta cambiando, ed essere rapidi è un obbligo per tutti. Specie per il generale.











