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di Elisa Baioni

 

galileonet.it, 19 giugno 2019

 

Virus e batteri non si curano di nazioni, confini, culture o lingue. Possono replicarsi e diffondersi? Lo fanno. È per questo che non vedrete mai un infettivologo dividere il mondo in altro modo che questo: chi ha un problema da curare, chi ancora non ce l'ha. Tullio Prestileo dirige l'unità operativa per le malattie infettive dell'ospedale civico Benfratelli di Palermo.

Dal 2017 coordina il progetto I.Ta.C.A. - Immigrants Take Care Advocacy, una rete di 41 centri che forniscono assistenza a chi approda in Sicilia. Quando - tra una visita e l'altra - riesce a rispondere al telefono, subito mette in chiaro che il principio secondo cui opera "è come il Vangelo per i credenti". Tutti, infatti, vanno curati, perché se le infezioni non hanno altro scopo che diffondersi, la risposta efficace non può che essere generale.

Cos'è I.Ta.C.A, contro virus e batteri - "Ufficialmente, I.Ta.C.A nasce nel 2017 dalla sinergia di quattro persone. Davanti a una popolazione vulnerabile sempre più cospicua, io e Ornella Dino, insieme ad Antonio Craxì e Vito Di Mauro, ci siamo rimboccati le maniche e siamo partiti", racconta con voce roca e pacata. Ornella Dino è medico dirigente dell'Azienda Sanitaria Provinciale di Palermo. Mentre Antonio Craxì e Vito di Mauro lavorano al reparto di Gastroenterologia ed Epatologia del Policlinico Giaccone.

"Ci siamo divisi i compiti secondo le nostre competenze. In particolare, Ornella Dino, è responsabile del triage al porto di Palermo. E fa il primo grosso smistamento tra chi ha problemi di salute urgenti e chi invece può essere mandato ai centri di accoglienza. Qui, dopo un periodo che io definisco il "tempo della fuga", proponiamo uno screening medico a chi rimane". Il medico racconta che il 20-30% dei ragazzi ospitati scappa entro le prime 6 settimane dall'arrivo. Il loro obiettivo è ricongiungersi coi propri parenti all'estero. Oppure la fuga è dovuta al fatto che sono rimasti intrappolati in reti criminali e deve fuggire per ripagare i propri debiti. "Una schifezza" chiosa Prestileo.

Aumentano le infezioni da Hiv - Nei corpi e nelle storie di chi rimane si cercano gli indizi nascosti di patologie latenti o sommerse. "Fino al 2016, le malattie più rilevanti erano l'epatite B e la tubercolosi, quest'ultima, in realtà, quasi mai nella forma contagiosa. Poi, nel biennio 2017-2018 abbiamo osservato un incremento delle infezioni da Hiv a causa di tutto quello che accade in Libia". Quasi il 70% dei migranti entrati nella rete I.Ta.C.A. riferisce di angherie, condizioni disumane e stupri. Dal 2017 - l'anno degli accordi stipulati dall'ex Ministro degli Interni Marco Minniti - il tempo di detenzione medio è salito da 13 a 50 settimane. A preoccupare, però, non è soltanto la durata della prigionia, ma anche un altro dato inquietante. "Nel 2017 e nel 2018 abbiamo osservato un forte aumento nel riscontro di infezioni da Hiv. Con delle analisi univariate e multivariate l'abbiamo potuto correlare all'incremento del tempo di permanenza in Libia e a tutte le porcherie che vengono compiute all'interno di questi lager".

Infezioni da Hiv e permanenza in Libia - Se, nel 2015, meno di una persona ogni cento risultava sieropositiva al virus, nel 2017 la percentuale è salita a quasi cinque persone su cento. Nel 2018 invece il numero si è assestato attorno alle quattro persone. Prestileo ha presentato i dati in occasione del convegno nazionale Let's Stop HIV, tenutosi a Rimini e rivolto a medici e ricercatori impegnati nella lotta al virus. Attraverso delle analisi statistiche, Prestileo ha constatato come "tutti i parametri considerati, ossia età, sesso, area di provenienza, storia di pregresse infezioni sessualmente trasmissibili e condizioni di vita in Italia, rimanevano simili attraverso gli anni". Solo uno cambiava: il tempo di permanenza in Libia. Per ulteriore conferma, il medico ha avviato un'indagine filogenetica del virus. Analizzando le informazioni genetiche che costituiscono l'Hiv, Prestileo vorrebbe capire quale ceppo del virus abbia infettato le persone da lui esaminate. È un procedimento lungo e complesso, il cui risultato non vedrà la luce prima di sei mesi. Questa ricerca, però, gli consentirà di comprendere, definitivamente, se la variante con cui sono stati contagiati era quella "prevalente nel paese d'origine di queste persone, o quella libica o italiana".

Dalle violenze alle infezioni da Hiv - La violenza imposta in Libia e cucita a doppio filo sui corpi dei migranti non assume soltanto la forma di cicatrici e lividi, ma anche quella di virus e batteri. È una violenza che, senza l'operato di Prestileo e dei suoi colleghi, risulterebbe visibile solamente dopo anni, quando contrastarla sarebbe davvero difficile. Ed è una violenza che, se non diagnostica oppure lasciata incurata, finirebbe con l'infettare altre vite. "La miglior risposta che si possa dare rispetto alla tutela della salute collettiva è farci carico di tutte le persone che sono in difficoltà, specialmente dei gruppi più fragili e marginali che, spesso, sono proprio quelli più a rischio" racconta Giovanni Baglio, dell'Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto delle malattie della Povertà, di cui Prestileo è responsabile scientifico per la Sicilia.

La salute dei migranti, centrale per loro e per noi - "Non siamo di fronte a un'epidemia montante. Siamo in una fase in cui i tassi delle malattie infettive si stanno riducendo complessivamente, e però l'incidenza a carico degli stranieri rimane più elevata rispetto agli italiani. Quindi noi dobbiamo occuparci della salute dei migranti perché è un loro diritto ma anche un interesse, ed entrambe le cose sono sancite dall'articolo 32 della Costituzione. La tutela dell'individuo e quella della collettività vanno sempre considerate assieme". Grazie anche al fondamentale lavoro dei mediatori culturali, se qualcuno risulta positivo allo screening, riceve una spiegazione dettagliata sulle prospettive di cura e su come evitare di perdere i trattamenti. "Perché se poi vanno a Milano o a Marsiglia devono ricominciare tutto da capo, spendendo una quantità di soldi inutili e con l'aggravio delle complicazioni legate all'interrompere la terapia" commenta Prestileo.