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di Youssef Hassan Holgado e Enrica Riera

Il Domani, 15 luglio 2025

Osama Njeem Almasri è stato scarcerato dalle autorità italiane nonostante il mandato di arresto della Corte penale internazionale. In un post su Facebook, poi cancellato, l’annuncio del ministero della Giustizia. “Non verrà consegnato alcun cittadino libico alla Corte penale dell’Aia”. In Libia gli eventi politici si susseguono a grande velocità. Gli scenari cambiano a seconda di alleanze, accordi e scontri tra milizie. E così se fino a qualche settimana fa il governo italiano rischiava di rimediare una figuraccia per il pasticcio causato con il caso Almasri, nel caso in cui fosse estradato dalla Libia, ora viene salvato dal governo alleato di Tripoli.

A metà maggio, infatti, il governo di unità nazionale del premier Abdel Hamid Dbeibeh sembrava disposto a cooperare con la Corte penale internazionale, mettendo in imbarazzo l’esecutivo meloniano che lo aveva liberato e rimpatriato con tanto di volo di stato, dopo il suo arresto a Torino. All’epoca il procuratore capo della Corte dell’Aia aveva chiesto ufficialmente l’arresto dell’ex capo della polizia giudiziaria di Tripoli, accusato di crimini contro l’umanità, e di autorizzare la sua estradizione verso l’Olanda. Oggi, dopo giorni di tensione e cenni di guerra civile intorno alla capitale tra forze filo governative e milizie rivali, tra cui anche la Rada (di cui Almasri è uno dei vertici), lo scenario è cambiato.

Se nei giorni scorsi Dbeibeh aveva fatto terra bruciata intorno all’ex generale che controlla l’aeroporto di Mitiga e aveva chiesto a 250 membri di gruppi nemici di consegnarsi alle autorità, domenica ha cambiato linea. Il ministero della Giustizia libico ha annunciato che non estraderà l’ex capo della polizia giudiziaria di Tripoli. Nella nota, il ministero ha specificato che non consegnerà alcun cittadino libico e ha sottolineato che il sistema giudiziario nazionale è l’unica autorità competente a gestire tali casi. L’annuncio è arrivato tramite la pagina Facebook del ministero, ma il post è stato poi rimosso.

Nella sua dichiarazione, il dicastero ha anche rimarcato che “la Libia non è parte dello Statuto di Roma istitutivo della Corte penale internazionale e non è obbligata a consegnare i propri cittadini a tale corte”. Un clamoroso dietrofront dopo che il 15 maggio scorso il governo aveva affermato che “la Libia accetta la giurisdizione della corte sui presunti crimini commessi sul territorio libico”.

L’esecutivo - Il governo italiano, messo sotto accusa dalla Cpi, aveva giustificato la mancata estradizione del torturatore con un mandato di arresto libico pervenuto il 12 novembre scorso. Da qui, quindi, il rimpatrio.

Ma il mandato secondo il procuratore dell’Aia, Karim Khan, non è stato allegato. Ora il ministero libico ha detto che la Cpi non ha fornito “prove dei fatti” di cui Almasri è accusato, e di conseguenza sono state revocate le restrizioni procedurali nei suoi confronti. Dietro il rifiuto del ministero della Giustizia ci sono una serie di elementi che giocano in favore di Palazzo Chigi. Nel caso in cui dovesse essere consegnato Almasri, anche altri imputati dovrebbero essere estradati verso la Corte dell’Aia, creando un precedente pericoloso.

Molti di loro, infatti, sono ai vertici delle milizie che si spartiscono equilibri e poterti intorno a Tripoli, consegnarli significa mettere in difficoltà Dbeibeh nella gestione dei rapporti interni. Ma ci sono altre due ipotesi dietro l’apparente dietrofront libico. Trattenere il generale affinché possa essere processato in Libia significa avere una pedina di scambio e di ricatto da utilizzare all’occorrenza nei confronti della temuta milizia Rada. Il gruppo si è rafforzato dopo che tra le sue fila sono confluiti parte degli uomini dello Stability support apparatus. L’altra ipotesi è quella che porta a un tentativo di distendere i rapporti con le milizie dopo le tensioni degli ultimi giorni.

La decisione del ministero della Giustizia tripolino è stata presa. Ma la sua pubblicazione, poi cancellata, è diventata un mistero. Il ritiro del comunicato viene interpretato come un segnale di forte tensione interna all’interno del governo di unità nazionale. C’è chi sarebbe propenso a cooperare con la Corte penale internazionale per evitare ulteriori attriti con i governi europei. Il dietrofront su Almasri è arrivato nel giorno in cui Hanna Tetteh, a capo della Missione di sostegno delle Nazioni unite in Libia (Unsmil), ha avuto un incontro con il premier tripolino con l’obiettivo di evitare un’escalation militare nei pressi della capitale. Durante l’incontro Tetteh ha espresso soddisfazione per il rilascio di diverse persone detenute arbitrariamente negli ultimi giorni dalle autorità libiche.

Nel frattempo sul caso Almasri è attesa la decisione del tribunale dei ministri, che ha in mano il fascicolo in cui sono indagati la premier Giorgia Meloni, il sottosegretario Mantovano e i ministri Nordio e Piantedosi. La loro avvocata, Giulia Bongiorno, ha ottenuto l’autorizzazione a visionare gli atti. Al contrario, al momento in cui si scrive, non lo è stato ancora il legale, Francesco Romeo, di una delle vittime del torturatore. Cosa accadrà? Si attendono risposte non solo da un punto di vista giudiziario, ma anche politico.