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di Alessia Candito

La Repubblica, 2 settembre 2025

Refugees in Libya diffonde un video shock che arriva dal campo di detenzione di Tobruk, amministrato dal governo. Centinaia di corpi accatastati come sacchi in un cortile lurido e in uno stanzone altrettanto fetido. Uomini, donne, bambini, da settimane costretti a vivere fra rifiuti e miasmi, prigionieri in un centro di detenzione a Tobruk. “Sono più di 900 e sono tutti sotto ricatto, le guardie chiedono il riscatto per il rilascio di ogni detenuto”, denuncia l’organizzazione Refugees in Libya (Ril), che da giorni riceve segnalazioni, richieste d’aiuto. “Fateci uscire da qui, è un inferno”. Sono sudanesi, maliani, ghanesi, gambiani, bengalesi, la maggior parte registrati come rifugiati Unhcr. Ma nonostante questo, nessuno li ha protetti. “E nessuno lavora per la loro liberazione adesso”, attaccano da Ril.

Come sempre quando Tripoli piomba nel caos, la Cirenaica si gonfia di chi fugge. Nella capitale della Tripolitania, da settimane il clima si sta surriscaldando, con il governo determinato a riprendere l’aeroporto di Mitiga e altre infrastrutture strategiche e centri di detenzione su cui non è riuscito a prendere il controllo, a dispetto della campagna lanciata mesi fa per farla finita con le “milizie infedeli”. Fra loro ci sono anche la Rada e la polizia giudiziaria di Almasri, un tempo parte dell’apparato di sicurezza messo in piedi dal governo e destinatario dei milioni italiani e europei destinati al “contenimento delle partenze”. Un business basato su intercettazioni in mare, detenzione arbitraria, violenze e torture, in un circolo vizioso che si autoalimenta. E su cui tanti vogliono mettere le mani. A Est, nella Cirenaica di Haftar non è molto diversi. Ma con Tripoli sull’orlo dello scontro finale fra governo e le sue ex milizie, in tanti hanno cercato rifugio a Tobruk. E sono diventati carne buona da piazzare sul mercato degli esseri umani.

Per chi venga catturato non c’è cibo, né acqua a sufficienza, niente assistenza medica per chi stia male o chi sia stato picchiato o torturato. Ma sono le donne le vittime preferite dei carcerieri. Agli attivisti oggi di Refugees in Libya arrivano da giorni segnalazioni di stupri ripetuti e donne vendute come schiave del sesso. “Quando diciamo che sono i cosiddetti funzionari a macchiarsi di tratta di esseri umani, nessuno vuole crederci. Ma cosa potrebbe esserci di più simile? E quelle condizioni non sono forse paragonabili a quelle di un campo di concentramento in mezzo al deserto?”, tuona l’organizzazione costruita da attivisti sopravvissuti alla Libia e ai lager.

“Quel centro di detenzione - denuncia don Mattia Ferrari, capomissione di Mediterranea Saving Humans, da tempo attivo anche a terra nel raccogliere segnalazioni e richieste di aiuto che arrivano dalla Libia e della Tunisia - è gestito dal Dcim, un apparato libico diretto da Mohamed Al-Khoja, che è uno dei boss della mafia libica, come Almasri. Ed è la mafia libica a gestire il traffico di esseri umani e i respingimenti in mare finanziati dall’Italia e dall’Europea”.

Il giovane sacerdote chiede che si combatta per davvero, “come tutti noi stiamo provando a fare da anni, denunciando alle istituzioni internazionali e alla società civile quello che succede e tendendo la mano alle persone che sono vittime di questa mafia”. Il video diffuso da Refugees in Libya non dà adito a dubbi. “Deve scuotere le nostre coscienze -sottolinea don Mattia - basta complicità con queste violenze indicibili, è l’ora della solidarietà. Bisogna agire subito per soccorrere questi fratelli e sorelle”.