Vita Trentina, 6 dicembre 2019
Nei centri di detenzione libici le condizioni di vita di centinaia di africani sono disumane. Mentre in Libia si continua a combattere, molte vite sono a rischio, se non vi sarà un piano o un intervento internazionale per salvare i detenuti, poveri e inermi. All'Agenzia Fides padre Mussie Zerai, sacerdote eritreo da anni impegnato nel sostegno agli immigrati, racconta delle testimonianze raccolte dal campo di Zawiya, dove "circa 650 persone, donne e uomini di diverse nazionalità di cui 400 eritrei ed etiopi vivono costantemente nella paura. Si avvertono spari nelle vicinanze, ma i detenuti sono chiusi lì, senza protezione, senza vie di fuga in caso di attacco: rischiano la vita".
Padre Zerai lancia un appello "a tutte le istituzioni europee e delle agenzie per i diritti umani": "Si mobilitino per mettere in atto un piano straordinario di evacuazione di questi fratelli e sorelle che oggi si trovano in queste condizioni. Ogni rinvio mette in pericolo la vita di centinaia di vite umane".
Le condizioni di vita nei centri di detenzione libici, rileva, sono al limite dell'umano. Nelle testimonianze raccolte da don Zerai, i detenuti affermano: "Sono mesi che non riceviamo nulla per l'igiene personale, siamo costretti a bere acqua salata della quale non sappiamo la provenienza. Problemi di salute sono all'ordine del giorno, i più gravi sono i malati di tubercolosi: circa 40 persone, di cui 10 non hanno mai avuto nessuna assistenza, tre sono in condizione gravissime, con il grave rischio di trasmettere a tutti noi la malattia". I migranti si sentono abbandonati, molti sono caduti in depressione, altri tentano la fuga per prendere la via del mare, in preda alla disperazione.










