di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 20 dicembre 2019
Potrebbero essere alla fine solo le intese tra Putin e Erdogan ad individuare la via d'uscita della crisi. Cosa può fare la politica dove prevale la logica della guerra? È il dilemma che ha caratterizzato la visita di Luigi Di Maio in Libia. Il ministro degli Esteri si è scontrato con una realtà violenta, dove vaghe promesse di dialogo rivelano soltanto brutali dinamiche di muro contro muro. Qui da anni ormai conta unicamente chi combatte, fornisce armi, l'addestramento, garantisce a un campo di prevalere sull'altro. Vince la forza, non la diplomazia. E infatti il governo di Tripoli chiede ora aiuti militari all'Italia assieme ai Paesi, come Gran Bretagna e Stati Uniti, che sostennero la battaglia contro l'Isis a Sirte nel 2016.
Non a caso uno dei pareri più diffusi resta che, proprio alla luce degli sviluppi nell'assedio delle truppe di Khalifa Haftar contro le milizie schierate a Tripoli con la coalizione di Salvezza Nazionale guidata da Fayez Serraj, saranno alla fine soltanto le intese tra Putin ed Erdogan a individuare la via d'uscita dalla crisi. Da Mosca arrivano i combattenti russi, che hanno permesso le recenti avanzate di Haftar. Con loro stanno i rinforzi egiziani ed emiratini. Da Ankara hanno risposto veloci con l'invio di droni, armi, e mettendo a disposizione di Sarraj 5.000 soldati. Erdogan ne approfitta per espandere le sue acque territoriali sino alle libiche, a scapito degli interessi europei e certamente italiani.
Già nel febbraio 2018 aveva minacciato di bombardare la piattaforma Eni-Total per le trivellazioni in acque internazionali al largo di Cipro. Come fermarlo, ora che siamo privi dell'ombrello americano? L'impotenza di Di Maio in Libia è in realtà quella dell'Europa in uno scenario internazionale infido, dominato dalla politica di potenza. "Potevate almeno avvisarci degli accordi con Erdogan", ha sibilato offeso a Sarraj. Ma, se è vero che la guerra è il proseguimento della politica, difficilmente la politica disarmata fermerà la guerra, anzi, ne diventa vittima.










