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di Valter Vecellio

Italia Oggi, 27 giugno 2026

La liberazione di Dina Alberizia e Nico Centrone, i due italiani attivisti del Global Sumud Convoy, detenuti per un mese in quella parte di Libia controllata dal generale Khalifa Haftar, è frutto di una delicata trattativa dei nostri servizi segreti; si sarà senz’altro pagato, come in altre simili situazioni, un “prezzo”. Nulla si fa o si riceve per niente. Come in altre simili situazioni, gli artefici dell’operazione resteranno nell’ombra, parlerà chi non sa, chi sa non fiaterà. Giusto che sia così. Global Sumud Convoy aveva organizzato una “carovana” (ambulanze e camion con aiuti) che dalla Libia, via Egitto, intendeva portare soccorso alle popolazioni palestinesi di Gaza. Ottima intenzione che però non ha per nulla commosso i libici. A loro, come del resto agli altri paesi arabi, dei “fratelli” palestinesi importa un fico secco. Li hanno usati per anni, oggi non servono più.

Gli attivisti di Convoy sono finiti in un carcere descritto come “un inferno di caldo, insetti e zanzare, in celle strapiene di esseri umani, fino a cinquanta detenuti pressati uno contro l’altro”. Un giornalista di Repubblica chiede a Giuseppe Alberizia, fratello di Dina: “C’è stato un momento in cui ha avuto paura per la sorte della sorella?”. “Sempre. Sappiamo cos’è la Libia. Lì le regole, i diritti non esistono. La situazione è instabile, può succedere di tutto in qualsiasi momento”. Cosa sia la Libia, si sa: “regole e diritti non esistono”. Eppure, non una protesta, una manifestazione, una qualsiasi reazione da parte delle democratiche coscienze sempre pronte a procombere contro Stati Uniti e Israele. Neppure un semplice grazie a chi, con pazienza e tenacia ha ottenuto la liberazione dei nostri due connazionali. Lo diciamo noi.