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di Enrica Muraglie

Il Manifesto, 16 giugno 2026

Ogni giorno che passa è uno in più in detenzione arbitraria in un luogo segreto per Leonarda (Dina) Alberizia, Domenico Centrone e altri otto attivisti della Global sumud convoy, il convoglio di terra partito dalla Mauritania il 25 aprile con l’obiettivo di rompere l’assedio illegale imposto da Israele nella Striscia di Gaza e consegnare ai palestinesi aiuti umanitari salvavita. I dieci si trovano nella Libia dell’est, a Bengasi da ventidue giorni. Oltre tre settimane di notizie spesso ufficiose e col contagocce. Quasi ogni giorno si apprende di possibili visite ad Alberizia e Centrone da parte del console d’Italia a Bengasi, Filippo Colombo. Per ora gli incontri sono stati soltanto due, se ne attende uno nuovo nei prossimi giorni ma “non possono essere considerate sufficienti le poche note che provengono dall’ambasciata italiana in Libia” ha dichiarato Gennaro Cifinelli, presidente di Zona Franka, che insieme a Udu e Uds ha convocato oggi pomeriggio un presidio a Bari, la città dove Domenico insegna all’università.

Tramite i familiari sono arrivate le nomine agli avvocati di quattro trattenuti. Per i due italiani è stata attivata invece una “via parallela” per ottenere l’assistenza legale. La procedura standard, più rapida, prevede la nomina dietro firma e al momento è inattuabile poiché “gli avvocati non hanno ancora ottenuto il permesso di incontrare i prigionieri”, spiega al manifesto Enrica Rigo del team legale della Flotilla. È una missione umanitaria e civile quella del convoglio di terra, lo sono tutte quelle della Flotilla di cui Maria Rosaria Centrone non riusciva a togliersi “di testa la pericolosità”. In un video diffuso oggi l’appello per la liberazione di Domenico e il racconto degli ultimi giorni prima della partenza, vita vera tra un fratello e la sorella maggiore.

Organizzare altre manifestazioni in Italia, altri sit-in, cortei e “altre cose che abbiamo fatto anche insieme: festival cinematografici, volantinaggi, qualsiasi cosa per alzare l’attenzione sul genocidio e cercare di fermarlo”, le proposte per convincere Domenico a desistere dalla partenza. La risposta del docente e attivista non ha ammesso repliche: “Sono due anni che ci passano davanti le stesse immagini di bambini mutilati, di donne e uomini stuprati, le stesse bombe, gli stessi droni, gli stessi ospedali in macerie, lo stesso ecocidio in un territorio che probabilmente non sarà neanche più coltivabile. E che cosa è cambiato?”.

Oggi il console polacco è volato a Bengasi per incontrare Laura Kwoczała, una dei dieci prigionieri. Nelle stesse ore il presidente francese Macron incontrava all’Eliseo Saddam Haftar, l’uomo della diplomazia internazionale e uno dei sette figli del generale libico Khalifa Haftar che controlla la Libia orientale. Per gemellaggio il capo di stato maggiore delle forze di sicurezza libiche Khaled Haftar, fratello di Saddam, ha ricevuto a Bengasi l’ambasciatore francese. Da pochi giorni è in vigore il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, di cui la Libia è pilastro fondamentale della sua dimensione esterna. L’Unione europea esternalizza il controllo delle frontiere a Tripoli finanziando e addestrando la cosiddetta guardia costiera libica per intercettare gli attraversamenti nel Mediterraneo e riportare i migranti indietro. All’Italia e all’Europa non mancano di certo relazioni diplomatiche - e dunque strumenti di pressione - verso il paese che dovrà liberare Leonarda Alberizia, Domenico Centrone e gli altri.