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di Vincenzo Nigro


La Repubblica, 13 novembre 2020

 

Il colloquio grazie all'impegno del ministro degli Esteri Di Maio e dell'ambasciata italiana a Tripoli. L'ultimo contatto risaliva al 16 settembre. Dopo la visita del ministro degli Esteri Luigi Di Maio negli Emirati Arabi Uniti, domenica e lunedì scorsi, arriva un primo segnale di apertura nella trattativa per la liberazione dei pescatori siciliani sequestrati in Libia. Ieri notte Di Maio ha incontrato i familiari dei pescatori a Roma e ha fatto organizzare dall'Unità di Crisi del Ministero una lunga telefonata degli 8 pescatori italiani con le famiglie, divise fra la capitale e Mazara del Vallo.

Complessivamente i pescatori detenuti dalla milizia del generale Khalifa Haftar sono 18: assieme agli 8 italiani ci sono anche 6 tunisini, 2 senegalesi e 2 indonesiani, ma ieri la Farnesina è riuscita a mettere in collegamento solo gli italiani. Una fonte del ministero precisa che "il nostro governo si sta occupando di tutti i pescatori, perché tutti fanno parte degli equipaggi bloccati a Bengasi".

Durante le telefonate ci sono stati momenti di commozione: i pescatori e i loro parenti non si sentivano dal 16 settembre. Da allora la milizia di Haftar aveva interrotto ogni collegamento, evidentemente per mettere pressione psicologica sulle famiglie e per influenzare il governo italiano. "I nostri uomini ci hanno detto che stanno tutti bene, che stanno reggendo bene a questo periodo di detenzione: e noi abbiamo rassicurato loro che anche noi siamo in buone condizioni, in attesa del loro ritorno" dice a Repubblica una delle mogli dei pescatori.

I parenti hanno anche incontrato direttamente per la seconda volta il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che ha spiegato di aver chiesto sostegno a molti partner dell'Italia influenti su Haftar, ma non è sceso nei dettagli della trattativa. Il contatto diretto organizzato anche con triangolazione dell'ambasciata d'Italia a Tripoli è servito a far scendere anche la tensione altissima tra i parenti, che da settimane non avevano informazioni concrete dal governo se non rassicurazioni generiche e ripetitive da parte di funzionari di basso rango. "Questa lunga telefonata di 45 minuti, in cui ciascuno dei nostri pescatori ha potuto parlare, è stata un conforto importante per tutti noi", ha detto Marco Marrone, armatore di uno dei due pescherecci sequestrati al largo di Bengasi.

Il 1° settembre le barche erano impegnate nella pesca del gambero rosso in acque internazionali, rivendicate dai diversi governi libici. Da allora le navi e i marittimi sono detenuti a Bengasi e nonostante i contatti diretti del governo italiano, della Farnesina e dell'Aise, il generale libico ancora non ha accettato il rilascio.

Da Bengasi erano giunte richieste per uno "scambio di prigionieri": i 18 pescatori contro i 4 giovani cittadini libici detenuti in carcere in Sicilia perché condannati per l'affondamento di un barcone partito dalla Libia su cui sono morti 42 migranti africani. I 4 viaggiavano sulla barca e avrebbero contribuito a imprigionare i migranti sottocoperta, bloccando la possibilità di fuga nel momento in cui il barcone affondava. Ci sono molte controversie sul processo, ma la sentenza è definitiva e ogni intervento "politico" sarebbe difficile per il governo italiano.