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di Michela Allegri


Il Messaggero, 8 dicembre 2019

 

Se il conflitto proseguirà il rischio concreto è di un "bagno di sangue a Tripoli" e di "un grande movimento migratorio di popolazioni, ci saranno masse di sfollati che ricadranno in tutti i Paesi vicini, come Niger, Algeria, Tunisia, Sudan". Sono i timori espressi dall'inviato speciale Onu per la Libia, Ghassan Salame, che ha preso la parola ieri al Med Dialogues a Roma.

Un grido d'allarme: i progressi per risolvere la situazione non ci sono, la diplomazia non agisce, le Nazioni Unite si dichiarano impotenti. "Mi spiace dire che nel sistema internazionale ci sono profonde divisioni che hanno impedito al Consiglio di Sicurezza Onu di chiedere un cessate il fuoco - ha detto Salamè - E dall'inizio di questa guerra, il livello delle interferenze esterne in Libia è aumentato in modi diversi, allineamenti diplomatici, armi, sostegno tecnico e approvvigionamento".

L'alternativa a una Libia di pace e prosperità "è orribile", ha concluso l'inviato Onu. La guerra libica ha visto nelle ultime settimane un'accelerazione. Grazie al sostegno militare sempre più consistente di Mosca, che avrebbe inviato armi e centinaia di mercenari, le forze armate di Haftar avrebbero ormai preso il controllo addirittura dell'80 per cento del territorio del Paese e in molti prevedono un prossimo attacco finale per la conquista della capitale, dove il governo di Serraj (riconosciuto dall'Italia e dall'Onu) sembra sempre più a rischio. Sul tema è intervenuto anche il premier Giuseppe Conte, sottolineando che la stabilità della Libia è un tema centrale per l'Italia.

La partita per risolvere il conflitto deve essere diplomatica, ha spiegato Conte: "Lo scenario libico ci vede in prima linea a sostegno dell'Onu anche nell'organizzazione della prossima conferenza di Berlino. Non esiste un'opzione militare risolutiva, solo un processo politico inclusivo potrà condurre ad una stabilizzazione piena e duratura del Paese".

Quello libico "è un dossier su cui non è possibile improvvisare o fare i primi della classe", ha aggiunto il premier, specificando anche di aver chiesto l'aiuto degli Stati Uniti: "Ne ho parlato con Trump, dobbiamo fare di più". Anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha espresso la sua preoccupazione e ha detto che la questione libica è prioritaria.

"Continueremo a sostenere con la nostra diplomazia gli sforzi delle Nazioni Unite per ricomporre le crisi attraverso processi politici inclusivi, a partire dalla priorità rappresentata dalla Libia". Intanto in Libia si continua a combattere: ieri ci sono scontri nell'area di Tripoli con raid aerei dello schieramento guidato dal generale Khalifa Haftar e colpi di artiglieria da parte delle milizie del premier Fayez al-Sarraj.

"I caccia hanno eseguito più di sei raid contro una serie di postazioni e basi delle milizie lungo gli assi della capitale": così in un post su Facebook la "Divisione informazione di guerra" dello Lna, l'Esercito nazionale libico di cui Haftar è comandante generale.

Mentre la pagina di "Vulcano di collera", l'operazione delle formazioni filo-Serraj, ha annunciato di avere portato a termine un attacco "contro le basi delle milizie multinazionali del criminale di guerra Haftar negli assi di El-Khalatat e del campo El Yarmouk dopo l'impiego di artiglieria pesante e colpi di mortaio".