sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Carlo Nicolato


Libero, 9 ottobre 2020

 

Società civile, politici e Ong si mobilitano in favore dello studente egiziano. Ma si dimenticano dei nostri catturati in Libia. Patrick Zaki rimarrà in carcere in Egitto per altri 45 giorni e chissà per quanto tempo ancora. Gli attivisti ieri sono scesi in piazza per protestare contro l'ingiusta detenzione che prosegue ininterrotta da otto mesi, sottoposto a torture fisiche con percosse e scosse elettriche, privato, come sottolinea la rete "Patrick Libero", "dei suoi diritti legali come imputato e come prigioniero", e dei più elementari diritti come essere umano.

Gli appelli si rincorrono, richiami alla giustizia egiziana, alla "Procura Suprema di Sicurezza dello Stato" perché usi la sua autorità e rilasci il ragazzo durante le indagini in corso. Appelli anche al governo italiano perché si impegni seriamente "e faccia uscire Patrick da questo incubo" come ha chiesto Amnesty International. E appelli dalla politica perché si faccia tutto il possibile e il più in fretta possibile, perché il ragazzo è provato, ha l'asma, ha bisogno di cure e con il coronavirus rischia più di tutti gli altri. Nessuno vuole che Patrick Zaki rimanga in carcere in Egitto, noi per primi, e allora perché il governo italiano oltre a non riuscire a smuovere la coscienza di Al Sisi sul ragazzo egiziano che studia a Bologna sta facendo di tutto perché di casi come quello di Zaki ce ne siano altri 18?

Incolpevoli pescatori tra i quali 8 italiani, 6 tunisini, 2 senegalesi e 2 indonesiani, tutti provenienti da Mazara del Vallo, che dal primo settembre sono bloccati a Bengasi, arrestati in alto mare dalla guardia costiera del generale Khalifa Haftar. Abbandonati dalla nostra politica, quella che conta di Roma, che finora non ha mosso un dito per riportarli a casa, né ha mosso avvocati esperti di diritto internazionale, come se quei 18, italiani e non, lo vogliamo sottolineare, siano dei cittadini di serie B. Né si sono mosse le associazioni umanitarie.

Dov'è Amnesty International? Eppure le premesse sono le peggiori possibili, perché in mezzo c'è una guerra, uno scontro internazionale in cui i pescatori rischiano di rimanere schiacciati come incolpevoli pedine senza alcuna importanza. O peggio utilizzati come arma di ricatto. Per il momento sono accusati da un'entità mai riconosciuta, quella di Bengasi che fa capo ad Haftar, di essere entrati clandestinamente nelle acque libiche e per questo motivo, ha confermato qualche giorno fa il portavoce dell'autoproclamato Esercito nazionale Khaled al-Mahjoub "saranno sottoposti a un procedimento da parte della Procura generale competente e giudicati secondo la legge dello Stato libico".

Ma l'accusa, a seconda dei benefici che Haftar vorrà trarne, potrebbe trasformarsi in traffico di droga, come hanno fatto presagire alcune foto fatte circolare ad arte con sospetti pacchi gialli ritrovati all'interno dell'imbarcazione sequestrata. Lo stesso Khaled al-Mahjoub ha assicurato che loro "non arrestano nessuno se non viene violata la legge e i marinai italiani hanno violato le acque territoriali ed economiche della Libia", cosa, a suo dire, che fanno spesso.

Ma la verità è un'altra, è che il governo italiano ha abbandonato il Mediterraneo, specie quel tratto tra le nostre coste quelle libiche e quelle tunisine dove i nostri pescatori a fatica e sotto costante minaccia per la loro vita fanno il loro lavoro. Minacciati dalle motovedette libiche di una sponda, quella di Tripoli, e dell'altra, quella di Bengasi. Dagli scafisti e perfino dai pescatori di frodo, specie i tunisini. Ha abbandonato la politica estera e perfino quel ruolo di predominante influenza in Libia, scalzati dai turchi che da quelle terre avevamo sloggiato più di 100 anni fa. E sta abbandonando i 18 pescatori di gamberi rossi.