di Enrica Muraglie
Il Manifesto, 25 giugno 2026
Il ritorno a casa degli attivisti della Flotilla arrestati in Libia: “Eravamo merce di scambio”. Il terminal tre degli arrivi a Fiumicino ha trattenuto il respiro fino alle tredici, quando sono comparsi i volti di Leonarda (Dina) Alberizia, Domenico Centrone e Matias Alvarez Rodriguez, tre dei dieci attivisti della Global sumud convoy detenuti a Bengasi per un mese e rimessi in libertà martedì. Gli altri sette, alla stessa ora, atterravano a Istanbul. “FISICAMENTE un po’ acciaccati, soprattutto mentalmente stanchi: quello che abbiamo subito in questi giorni è inaccettabile”, le prime parole di Centrone. Un trattamento riservato, ha sottolineato, a chi viaggia con “passaporti privilegiati”. Per Alberizia l’attenzione deve restare sulle ragioni della missione e della detenzione: “Siamo persone comuni che non riescono a tollerare di non fare qualcosa per modificare la situazione a Gaza”. E subito la richiesta al governo di “adottare tutte le misure possibili per far rispettare il diritto internazionale e per applicare sanzioni verso chi sta portando avanti un genocidio”.
Ad accoglierli, i volti amici: attivisti che hanno preso parte ad altre missioni della Flotilla, alcuni dell’ultimo convoglio di terra, quello degli oltre duecento. Centrone soffia le candeline del suo trentaquattresimo compleanno, per fortuna non dietro le sbarre. La nebbia che ha avvolto i trenta giorni di detenzione comincia a diradarsi. Centrone racconta al manifesto che il 24 maggio, al terzo tentativo di mediazione con i libici dell’est, il convoglio fatto di ambulanze, decine di case mobili e camion carichi di beni di prima necessità, medicinali e protesi si è avvicinato al checkpoint che segna l’inizio della zona cuscinetto tra le due Libia. La strategia prevedeva di mandare avanti due ambulanze per trattare il passaggio - anche soltanto degli aiuti - con la Mezzaluna rossa. Ad attendere il convoglio, all’orizzonte, una ventina di mezzi blindati e una quarantina di militari. Ma a quello schieramento il gruppo degli undici non arriverà mai: un suv bianco taglia loro la strada, obbligandoli a scendere. Gli attivisti non erano ancora entrati nel territorio della Cirenaica e per questo “l’accusa di immigrazione illegale ci sembra assurda”. Sono stati portati dentro la Libia dell’est con la forza e poi rapiti.
La prima perquisizione è brusca, a Centrone strappano la maglietta. Medicinali riversati fuori dall’ambulanza, oggetti personali spariti. Uomini e donne separati, le donne sul suv bianco, gli uomini in un blindato senza finestre. L’attivista tunisino Achraf Khoja, poi rilasciato, viene portato via da solo. Il terrore per una persona del Maghreb che “in quella situazione rischia molto di più”. Poi l’arrivo in un centro di smistamento per migranti a Sirte e la prima notte è quella degli interrogatori. Le guardie carcerarie tentano di estorcere i nomi dei libici dell’ovest che partecipavano al convoglio, e di scovare connessioni con i Fratelli musulmani o con Hamas. I toni sono duri, urla e minacce. Centrone viene interrogato dalle due alle cinque e mezza del mattino, la conclusione della nottata è surreale: i militari gli mostrano foto di attrazioni turistiche libiche. Il suggerimento è di tornare in vacanza anziché in missione umanitaria.
La sera del 25 maggio la falsa speranza del rilascio: l’aeroporto di Sirte è deserto, gli attivisti vengono fatti salire su un charter diretto a Tripoli con tanto di scuse ufficiali da parte dei rapitori e l’augurio che fosse stata un’esperienza “non troppo difficile”. Poi l’annuncio in arabo della vera destinazione, Bengasi: “Ci hanno detto che avremmo fatto scalo lì e poi saremmo partiti per l’Italia”. L’epilogo è un po’ diverso. A bordo di un suv, gli attivisti attraversano il centro vivissimo della città e si allontanano verso la periferia: “Abbiamo capito che le cose stavano andando male”. L’approdo è infatti una caserma senza nome e senza insegne. Via i lacci delle scarpe, quelli dei pantaloni, uomini e donne in celle diverse ma ugualmente brutali: “Pareti con impronte di mani, scritte in arabo, disegni. Un materasso di spugna di tre centimetri. Eravamo pronti per tornare a casa, e invece siamo finiti in carcere”. Il tempo comincia a sfumare perché “non capisci se è giorno o notte, non sai che ora è”, e la situazione peggiora con i due giorni di isolamento. Per sentirsi vicini agli altri si picchietta sulle sbarre, si intona “Bella ciao”, “El pueblo unido”, “Free Palestine”. Il dentifricio come inchiostro per segnare sulle pareti i propri nomi e il calendario. Uno spazio di due metri e mezzo per due e mezzo, blatte, zanzare e una piccola fessura in alto da cui filtrava luce artificiale.
Ma il processo intero “è stato sfiancante mentalmente per la lunghezza e per il carattere di segregazione”, sottolinea Centrone, e ha reso chiaro che a un certo punto gli attivisti sono diventati “una moneta di scambio”. Le accuse di immigrazione illegale prima, e di assembramento in zona di sicurezza poi, non hanno retto: per ammissione dello stesso console italiano a Bengasi nel corso delle uniche due visite, e dei consoli degli altri paesi la partita - come la definisce l’attivista - “si è giocata non solo su un piano giudiziario, era un caso politico che ha toccato anche le viscere della politica interna libica”.
Detenuti perché dichiarati adulti: cosa sta accadendo ai minori che attraversano la rotta migratoria della Manica
di Veronica Gennaro e Federica Tassari
vita.it, 25 giugno 2026
I più vulnerabili tra le persone che provano ad attraversare la Manica dalla Francia e dal Belgio, sono i minori non accompagnati che spesso non ricevono cure e tutele adeguate. A volte detenuti, altre volte abbandonati, essere minori sul litorale nord d’Europa è una situazione di grande precarietà, come denunciano diverse organizzazioni umanitarie. Secondo la ong belga Vluchtelingenwerk Vlaanderen, nel 2025 circa una persona su cinque che si è introdotta illegalmente nel Regno Unito era minorenne. Dagli anni Novanta, dalla Francia e, più recentemente, dal Belgio, le persone migranti provano a raggiungere il sud dell’Inghilterra, attraversando il Canale della Manica.
Il viaggio viene compiuto essenzialmente in due modi: tramite imbarcazioni di fortuna - le cosiddette “small boats” - o più raramente, tramite camion. Tra le persone che compiono la traversata, un gruppo numeroso e particolarmente vulnerabile, è quello dei minori non accompagnati provenienti perlopiù da Eritrea, Etiopia e Sudan. I giovani, che dovrebbero essere per legge più tutelati, sono invece spesso classificati come adulti da Francia, Belgio e Gran Bretagna, e vengono detenuti o abbandonati a loro stessi.
Chi sono e perché vogliono raggiungere il Regno Unito - “Solo nel 2025 abbiamo avuto contatti con 481 minori non accompagnati in transito. Questi giovani sono senza eccezione gravemente traumatizzati”, spiega Joost Depotter di Vluchtelingenwerk Vlaanderen. I profili di estrema vulnerabilità sono confermati anche da Jeanne Nechelput, responsabile del progetto Xtra MENA di Caritas. Tra coloro che si trovano in transito, molti giungono traumatizzati dal viaggio verso l’esilio, in particolare dal periodo trascorso in Libia: il 95% di loro percorre questa rotta. Tuttavia, sono diverse le motivazioni che spingono le persone ad intraprendere la traversata. “Il Regno Unito rappresenta spesso la destinazione immediata per via di legami familiari, per la maggiore facilità di integrazione dovuta all’assenza dell’obbligo di carta d’identità o ad una lingua comune”, dice Depotter. Per quanto riguarda specificatamente i minori non accompagnati, Nechelput spiega che la maggior parte non ha richiesto l’asilo in un altro Paese europeo: per loro, è ancora più vera la presenza di parenti nel territorio britannico che diventa una delle ragioni principali che li spinge ad attraversare il Canale della Manica. Secondo Angèle Vettorello, direttrice di Utopia 56 Calais, bisogna anche considerare che “si tratta di ragazzi tra i 15 e i 17 anni” e che quindi hanno sogni e desideri tipici di quell’età. “Per esempio abbiamo incontrato recentemente dei ragazzi che volevano andare a giocare in squadre di calcio inglesi che conoscevano bene. C’è un po’ questo desiderio di crescere e di costruirsi una nuova vita nel Regno Unito, legato a un’idea che si sono fatti”.
Ci sono ovviamente anche altre motivazioni tra cui la convinzione di poter trovare lavoro più rapidamente e l’assenza del sistema europeo - molto complicato e da poco cambiato - per richiedenti asilo. Tra i giovani in transito, “vi sono altri che hanno avuto un’esperienza negativa in Belgio o in un altro Paese”, aggiunge Nechelput. “Ad esempio, sono stati dichiarati maggiorenni o hanno ricevuto una risposta negativa. Decidono quindi di tentare di raggiungere il Regno Unito come ultima risorsa”. In sostanza, “se in Francia si stanno adottando misure più repressive, chi vuole provare a spostarsi lo farà dal Belgio; e se Il Belgio facesse lo stesso, proverrebbe dai Paesi Bassi. Chi lascia il proprio paese lo fa perché le condizioni del paese d’origine non gli permettono di vivere una vita dignitosa o sicura e cerca il meglio per sé e la propria famiglia”, denuncia l’europarlamentare belga Rudi Kennes a VITA.
Perchè diventano dei detenuti - Dall’entrata in vigore dell’accordo “one in one out” tra Regno Unito e Francia nel settembre 2025, 76 minori sono stati detenuti nel Regno Unito in centri per adulti in attesa della determinazione dell’età. In Francia, l’ong Utopia 56 testimonia la sistematica detenzione di giovani persone migranti che si dichiarano minorenni. Nel Paese, i minorenni non accompagnati devono per legge essere presi in carico dal dipartimento, tramite l’ufficio dell’aiuto sociale all’infanzia (Ase), ma questo spesso non avviene, a causa di una penuria di strutture ricettive o della negligenza delle autorità. Esistono diversi scenari all’interno dei quali i minori vengono posti in detenzione. “Il primo è quello che si verifica più comunemente, ogni volta in cui assistiamo a un naufragio mortale in mare”, spiega Vettorello. “I sopravvissuti vengono riportati a riva dalle imbarcazioni di soccorso francesi e condotti, senza distinzioni tra famiglie, uomini soli o minori, alla stazione di polizia di Coquelles, nei pressi di Calais, nell’ambito dell’indagine avviata quel giorno dal procuratore della Repubblica”.
Il secondo caso è quello di un’intercettazione sulla spiaggia in cui vengono arrestate persone sospettate dalla polizia di aver partecipato all’organizzazione della traversata. “Rientrano ad esempio persone che hanno dovuto trasportare l’attrezzatura, le taniche di benzina o il motore della barca”, aggiunge. “In questo caso i minori sono trattati come tutti gli altri, mentre sono le prime vittime della tratta”. Esiste infine un terzo caso, quando la polizia di frontiera porta avanti dei pattugliamenti aleatori sulle spiagge. “La polizia arresta un certo numero di persone, in sostanza per controllare i documenti d’identità. Circa 2 o 3 volte al mese, incontriamo dei giovani che sono stati arrestati in questo contesto”.
La stessa dinamica si ripete in Belgio, nel centro di detenzione di Bruges. “Nei fascicoli che seguiamo, c’è solo una persona ancora detenuta a Bruges che afferma di essere minorenne; ma è già stata sottoposta a una procedura di accertamento dell’età in un altro Stato membro ed è considerata maggiorenne. Tutti gli altri sono stati rilasciati o hanno accettato il rimpatrio in un altro Stato membro”, spiega l’avvocata Lucie Dufays dell’organizzazione ombrello Move Coalition, che dal 2021 mira a ridurre il ricorso alla detenzione per motivi legati alla migrazione. In Belgio, la procedura di accertamento dell’età è cambiata a partire dal 12 giugno, in base al Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Come evidenzia Caritas, la principale differenza riguarda la visita medica, che prima era l’unico test richiesto, mentre ora è prevista solo come ultima risorsa. “Gli agenti di polizia utilizzano un altro metodo per accertare l’età, ovvero l’uso di radio ricetrasmittenti da polso. Alcuni minori vengono trattati come adulti dalla polizia senza essere stati sottoposti ad alcun accertamento dell’età”, denuncia.
Inoltre, secondo una raccomandazione del Consiglio d’Europa, anche nei casi di dubbio, la persona deve essere trattata come minore e deve godere di tutti i diritti e le tutele connesse a tale status, compreso quindi il divieto di detenzione in un centro. Il Belgio, continuando a detenere giovani che si dichiarano minorenni, viola dunque i suoi obblighi internazionali e il principio del superiore interesse del minore. “Quando i minori non accompagnati vengono erroneamente classificati come adulti, sono di fatto esclusi dai sistemi di tutela minorile concepiti per garantirne la sicurezza e il benessere. Ciò può comportare il loro collocamento in strutture di accoglienza per adulti o, in alcuni casi, in centri di detenzione non idonei alle loro esigenze, esponendoli a ulteriori rischi”, avvertono Mélodie Mimeau e Aurélie Debande di Medici Senza Frontiere Belgio.
Senza tetto e abbandonati - Per Msf, una delle lacune principali risiede nella mancanza di continuità nell’assistenza e nella protezione tra i diversi Paesi. “Le informazioni relative alle esigenze mediche o sulle vulnerabilità non vengono condivise sistematicamente, il che rende difficile il follow-up tra paesi. Le differenze nelle procedure e negli standard tra stati creano inoltre confusione e ritardi per i minori che cercano di accedere ai sistemi di protezione. Inoltre i meccanismi per garantire che i minori particolarmente vulnerabili vengano identificati e sostenuti in modo costante lungo il percorso sono limitati” e chi non finisce nei centri di detenzione tarda spesso ad essere inserito nel sistema che si fa carico dei minorenni”.
In Francia, ad esempio, Msf denuncia che la lentezza del sistema francese espone i giovani a violenze, mancanza di un domicilio e intemperie. Anche in Belgio avviene un fenomeno simile: è in atto una riduzione dei finanziamenti per i centri di accoglienza che consentono ai minori non accompagnati di soggiornare senza avviare immediatamente le procedure formali di identificazione - come il centro Amran gestito da BelRefugees - che rischia la chiusura. Secondo Vettorello, uno dei problemi principali è la mancata presunzione della minore età. In Francia, per legge, se un giovane si dichiara minorenne, lo stato deve trovargli una sistemazione per almeno 5 notti, tempo necessario per compiere alcune verifiche. “Questo spesso non accade a causa della mancanza di posti nelle strutture di accoglienza e i minorenni si ritrovano in strada”.
Nel nuovo Patto europeo per la migrazione e l’asilo e nel Piano casa del Parlamento europeo, non c’è nessuna traccia che possa tutelare i minori non accompagnati in transito o garantirgli un tetto temporaneo tra le coste. “Dobbiamo puntare su rotte legali e sicure, che garantiscano il rispetto dei diritti umani di tutti. Se non lo faremo, anche il mare al largo della costa belga finirà per diventare una fossa comune. Abbiamo già sulla coscienza le decine di migliaia di morti annegati nel Mediterraneo. Vogliamo averne altri sulla coscienza?”, conclude l’europarlamentare Kennes.









