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di Antonio Ferrero

La Stampa, 12 marzo 2026

Nei due anni in cui mia moglie ha insegnato nel carcere di Saluzzo, mi ha invitato più volte a parlare dei miei libri alla sua classe, un gruppo di detenuti dei quali ho fatto l’errore di cercare informazioni su Google. È emerso un mondo di violenza mafiosa spaventoso, fatto di omicidi e sopraffazioni di ogni genere. Durante il nostro incontro ammetto di essermi sentito costantemente stranito di fronte ad adulti - talvolta anziani - che, in alcuni casi, non sarebbero mai usciti da quelle mura e meritavano inequivocabilmente di trovarvisi. Tuttavia, nella monotonia di una vita destinata a scivolare in una routine fuori dal mondo, il diversivo di uno sconosciuto che parlava dei suoi romanzi ha suscitato un’attenzione che, spesso, a scuola, nel rigore dell’obbligo, manca.

Passione e abnegazione analoghe quando ho portato le mie classi ad assistere agli spettacoli teatrali organizzati dal carcere Morandi, dedizione che è stata trasmessa ai ragazzi, perlopiù increduli del livello della rappresentazione. Ora progetti come “Adotta uno scrittore” o il teatro rivolto agli studenti esterni sono stati vietati nelle case di reclusione che prevedono il carcere duro per “motivi di sicurezza”.

Posto e ribadito che chi sconta trent’anni o l’ergastolo ha compiuto nefandezze per cui è sacrosanto che paghi il debito con la società, il provvedimento appare di una miopia imbarazzante, un ulteriore passo verso la trasformazione della pena da “rieducazione del condannato” (art. 27 della Costituzione) in mera vendetta.

Diversi studenti reclusi hanno ammesso di essersi alfabetizzati in carcere perché hanno appena sfiorato la scuola dell’obbligo. La maggior parte dei nostri alunni o ignora la realtà carceraria o la nutre di stereotipi e pregiudizi profusi confusamente dai social. Se c’è una cosa che può umanizzare persone che hanno dimostrato scarsissimo rispetto per la vita umana e fornire una reale educazione civica a ragazzi inconsapevoli di che cosa sia una casa di reclusione, è la cultura che favorisce il confronto tra due mondi che si sfiorano senza conoscersi. Altro che vietare libri e teatro: bisognerebbe rendere obbligatorio leggere “Delitto e castigo” in carcere.