di Claudio Gavioli
Il Resto del carlino, 10 marzo 2025
A Pasquale e Nora è successa la cosa peggiore che possa capitare a un essere umano: sopravvivere a un figlio. Nel loro caso a Corrado, ventitreenne ucciso da un balordo durante una rapina. Rinchiusi dentro a un dolore sordo, da quel giorno la loro esistenza si è trasformata in anni grigi e uguali, poche parole a cena, azioni inerti e senza vita, con “il tempo che scorre senza scalfire il dolore, inutile come acqua su una cerata”. E senza che nessuno dei due abbia il coraggio di vomitare tutta la disperazione che li attanaglia. Fino al giorno in cui Nora, in treno, riconosce l’assassino di suo figlio già in libertà dopo sei anni e il castello di carte dentro a cui lei e Pasquale si sono rifugiati, crolla miseramente. Da quel momento l’unico pensiero ossessivo che oscura i loro cuori e le loro menti sarà la vendetta. La storia raccontata da Antonio Manzini nel bellissimo romanzo “Gli ultimi giorni di quiete” (Sellerio, pagine 230) tratta da un fatto vero, è innanzitutto una solida prova di ottima letteratura. Al di fuori della saga di Rocco Schiavone, Manzini conferma di essere uno scrittore affidabile.
Il cortocircuito tra torto e ragione, giustizia e vendetta è descritto con efficacia e incisività. La riposta ai delicati interrogativi proposti dalla storia è che non c’è una riposta davanti a certe contorsioni della vita. Come Vincenzo Cerami con “Un borgese piccolo piccolo” poi ripreso al cinema da Mario Monicelli nel 1977, Manzini riesce a toccare un tema caldo con lo sguardo lucido di un maestro di storie.











