di Giuseppe Pietrobelli
Il Gazzettino, 26 gennaio 2015
La disincantata riflessione del procuratore Nordio che traduce, dieci anni dopo e con una nuova introduzione, "Crainquebille" di Anatole France. La maestà della giustizia risiede integralmente in ogni sentenza resa dal giudice nel nome del popolo sovrano.
"Jerome Crainquebille, venditore ambulante, conobbe quanto la legge sia augusta quando fu portato in tribunale per oltraggio a un agente della forza pubblica". Inizia così la straordinaria vicenda originata da una banalissima contestazione nel traffico parigino di inizio Novecento, raffigurazione di una giustizia formalista, ingiusta, vendicativa e sostanzialmente inutile, narrata da Anatole France.
Amarezza, ironia e disincanto si intrecciano in un passato attualissimo. E non è un caso che ad aver tradotto l'opera per Liberilibri - una dozzina d'anni fa - sia stato un magistrato in servizio effettivo, Carlo Nordio, oggi procuratore aggiunto di Venezia. Ora l'opera esce in una seconda edizione il cui valore va ben oltre quello della semplice ristampa. Perché il pm, a suo modo eretico per un radicale garantismo accompagnato da una convinta - e ahimè fondata - disillusione giudiziaria di cui è assertore, ha scritto una nuova introduzione, che accompagan quella del 2002. Il gioco di specchi delle riflessioni in tempi differiti dà vita a una lettura davvero provocatoria.
Due lustri dopo Mani Pulite, di fronte a criminalità e malaffare, Nordio scriveva: "Per uno strano connubio di aspirazioni infantili, lotte politiche, protagonismo incontrollato ed esaltazione mediatica, è stata coltivata l'illusione che la doverosa opera della magistratura potesse risolvere questi annosi problemi". Un fallimento, ma non solo allora. Oggi, dopo aver disvelato lo scialo del Mose e le mani affaristiche su Venezia, Nordio ripropone la vicenda dell'ortolano Crainquebille - dedicandola a Marco Pannella - come denuncia non di una tragedia individuale, ma dell'italianissima incapacità della giustizia di assolvere al proprio compito. Per due motivi "più attuali che mai: la strumentalizzazione della legge e la sua sostanziale ipocrisia".
Il primo: "Da vent'anni, e forse più, della giustizia si cerca di fare un uso politico". Un esempio: "L'informazione di garanzia, famigerata cartolina diventata un'anticipazione di processo e di condanna". Troppi cercano di appropriarsi della giustiza per proprio tornaconto. Il secondo "incurabile difetto è la nostra legislazione", tra Costituzione e legge ordinaria.
"La madre di tutte le nostre sciagure giudiziarie, della corruzione come della lentezza dei processi e della carcerazione preventiva che ne è la figlia naturale, è la calamitosa confusione normativa derivata da un'insensata e ininterrotta produzione di precetti inutili e dannosi". Epitaffio: "Le troppe leggi non sono il rimedio, ma la causa dell'incertezza del diritto e della sua sostanziale impotenza".










