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di Nicolas Lozito

La Stampa, 10 marzo 2025

Chi ha il coraggio, oggi, di pubblicare un libro sull’ambiente? Trump ha fatto sua la bandiera del negazionismo climatico, in Europa la transizione ecologica è stata messa in dubbio dal nuovo Parlamento europeo e in Italia si litiga sugli attivisti che bloccano le strade e si torna a parlare di energia nucleare. Di fronte a questi scenari servono autori e autrici davvero impavidi per affrontare l’argomento. L’audace Stefania Divertito torna in libreria con “Uccidere la natura” (Il Saggiatore). Un libro che, come si può intuire dal titolo, non parla di sostenibilità spicciola, edulcorata e alla moda, ma si prende la responsabilità di affrontare un tema che molte aziende e molti governi vorrebbero che nessuno nominasse: l’ecocidio. Divertito è giornalista ambientale d’inchiesta, ha seguito per anni i temi dell’inquinamento.

È stata premiata nel 2004 come cronista dell’anno per la sua inchiesta quinquennale sull’uranio impoverito, nel 2013 ha ricevuto il Premio Pasolini per la sua inchiesta sull’amianto e nel 2022 ha ricevuto il Premio Eternot di Casale Monferrato per il suo impegno contro l’amianto. Spiega: “Oggi quando parliamo di ambiente dobbiamo anche parlare di giustizia: il termine ecocidio serve a indicare quei reati ambientali così gravi che sono paragonabili ai crimini contro l’umanità”. Oggi l’ecocidio ha una definizione ufficiale, (“atti illegali o sconsiderati compiuti con la consapevolezza di una significativa probabilità che tali atti causino danni all’ambiente gravi e diffusi o di lungo termine”), ma il riconoscimento presso la Corte penale internazionale è ancora lontanissimo. “Il termine ha una sua forza narrativa e comunicativa, lo usiamo spesso in ambito giornalistico. Ma quando si prova a trasformarlo in una norma, si scontra con un pragmatismo feroce”. Qualche esempio di possibili ecocidi: l’uso sfrenato dell’Agente Orange in Vietnam durante gli attacchi americani, un defoliante che ancora oggi causa tumori nella popolazione. Oppure lo sversamento di petrolio della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico del 2010. O ancora i danni causati dalle estrazioni di petrolio nel Delta del Niger negli ultimi quarant’anni. Ma il reato “non dovrebbe essere solo punitivo, ma preventivo. Un deterrente per le azioni future”. Anche in Italia abbiamo i nostri ecocidi: “Ciò che è successo nella Terra dei fuochi è sotto gli occhi di tutti”.

Il libro di Divertito è strutturato in quattro sezioni dedicate ai quattro elementi (aria, acqua, terra e fuoco), ogni capitolo ha storie, idee, voci di chi ha subito le conseguenze dei disastri e chi sta provando a riparare i territori. Non è un semplice libro di analisi, è anche uno strumento di memoria collettiva. Uno degli aspetti più potenti di Uccidere la natura è il suo carico emotivo. “Nel libro c’è tutto: il senso di colpa, la responsabilità, l’ansia. E tanta rabbia”, ammette Divertito. “Ho perso troppe persone care a causa di tumori legati all’inquinamento. E vedere l’apatia di questi ultimi anni, come se fossimo ipnotizzati, è insopportabile”. Tuttavia, non si tratta di una rabbia sterile: “Scrivere questo libro mi ha portato a riscoprire una rabbia attiva. Non quella che ti blocca, ma quella che ti spinge ad agire. Vorrei che il libro fosse uno strumento per le comunità, un focolare attorno a cui discutere e ritrovare un senso di appartenenza”.

Il giornalismo e la scrittura possono essere antidoto agli ecocidi. “Sono cresciuta a San Giovanni a Teduccio, una zona di Napoli segnata dall’inquinamento industriale. Quando nel 1985 esplose lo stabilimento dell’Agip, vidi la nube nera coprire la città. Quella fu la mia prima grande presa di coscienza. Da lì ho scelto di indagare, studiare, capire cosa succedeva attorno a me”. I problemi però si risolvono non solo con lo studio, ma anche con la capacità di fare rete. Nel libro emergono molte figure femminili, dalle giuriste che lavorano sul riconoscimento dell’ecocidio alle madri delle comunità inquinate. “Intervistandole ho notato un fattore comune: nessuna mi ha parlato solo di sé. Ognuna era un nodo di una rete più grande, sempre pronta a connettermi con altre persone e a costruire qualcosa insieme”.

Anche per questo il ruolo delle politiche ambientali, secondo lei, deve uscire dalla bolla e intrecciarsi con la giustizia sociale ed economica: “Abbiamo trattato l’ambiente come un settore a parte, permettendo che venisse politicizzato in senso ideologico. Ma le questioni ambientali sono dentro l’economia, dentro l’industria, dentro la geopolitica. Ognuno di noi dovrebbe avere una chiara consapevolezza ecologica”.