di Marianna Aprile
La Stampa, 22 maggio 2025
Il saggio di Marianna Aprile con Luca Telese racconta le comunità che ci provano ancora: “Bisogna essere refrattari alla resilienza, il più riuscito anestetico dei nostri tempi”. La relativizzazione dei diritti non l’abbiamo vista arrivare. Ma anche ora che ce l’abbiamo sotto gli occhi fatichiamo a riconoscerla davvero, quindi ad arginarla. Ma sta (anche) a noi farci domande, e farne, non tanto per leggere quel che fin qui è stato, quanto per provare a interpretare quel che è e quel che potrebbe essere.
Lo facciamo a partire da un’altra cifra tonda che cade nel 2025: gli ottant’anni dalla Liberazione dell’Italia e dell’Europa dal nazifascismo. Abbiamo iniziato l’anno con un discorso in cui il “sempre sia lodato” (copyright di Giuseppe Civati) presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ribadito che quella Liberazione con la maiuscola riassume in sé quelle “da tutto ciò che ostacola libertà, democrazia, dedizione all’Italia, dignità di ciascuno, lavoro, giustizia”, che costituiscono le fondamenta di Costituzione e democrazia, e quindi della nostra comunità nazionale. Ammetto che, ascoltandolo, ho pensato volesse anche un po’ mettere le cose in chiaro sul fatto che il 25 aprile del 2025 non sarebbero stati ammessi certificati medici, giustificazioni, otoliti o mal di denti a impedire la partecipazione alle celebrazioni anche da parte di chi, fin qui, ha dimostrato di non vederci poi molto da celebrare, in quella data. Ma forse sono io a essere maliziosa e a vedere nelle parole di Mattarella cose che non ci sono.
A essere invece esplicito, nel suo discorso, era il richiamo a una particolare forma di speranza, quella che “non può tradursi soltanto in attesa inoperosa. La speranza siamo noi. Il nostro impegno. La nostra libertà. Le nostre scelte”. Una chiamata all’impegno che veste benissimo il senso di questo libro, che sembra una raccolta (di incontri, storie, inciampi) ma in realtà è un viaggio tra le piccole e grandi forme di operosa speranza con cui io e Luca ci siamo confrontati negli ultimi anni del nostro lavoro, insieme e separati. Forme di operosa speranza, le ho definite.
La verità è che io e Luca, mentre le incontravamo e ce le raccontavamo a vicenda, non abbiamo avuto la minima esitazione nel ritenerle forme di resistenza, modi in cui singoli, piccoli gruppi o comunità provano a fare la cosa giusta in un Paese che spesso imbocca la direzione sbagliata. Tutte le volte cioè in cui si verificano strappi in quel tessuto di valori di cui è composto il dna della nostra Costituzione. Strappi che spesso neanche registriamo più, anche perché quando qualcuno ci prova parte il coretto del “vedete fascisti ovunque”.
L’amore per la battuta mi farebbe rispondere d’impulso che se ce li vediamo forse è perché ci sono. Ma come molte battute sarebbe una semplificazione forse eccessiva. Perché non sono i fascisti a essere ovunque (non proprio ovunque, almeno), ma i fascismi, intesi come negazione delle libertà (di tutti, anche di quelli che non ci piacciono o non ci somigliano o ci fanno persino paura) e dei diritti (di tutti, se no, come diceva Gino Strada, si chiamano privilegi). E quegli strappi, i fascismi, sono così frequenti che non ci facciamo quasi più caso, che indicarli e stigmatizzarli può costare un’accusa di pedanteria anacronistica o un’ondata di insulti e odio; spesso entrambe le cose. Sono frequenti, dicevo, e mai inefficaci, anche quando per fortuna le proposte che sottendono non trovano reale applicazione. Il solo fatto di sdoganare l’indicibile (le classi separate per i bambini con diverse abilità o per i figli degli stranieri, la deportazione di immigrati in un Paese extra-Ue o quella di ogni palestinese da Gaza) modifica un immaginario, allargandolo fino all’inimmaginabile. Rompe un tabù, quello dell’inviolabilità dei diritti fondamentali; e la rottura del tabù è essa stessa una violazione di quei diritti. Sistematica, studiata e finalizzata.
Lo dice con precisione chirurgica e parole esatte il Benito Mussolini di Luca Marinelli in M. Il figlio del secolo, la serie Sky tratta dal primo dei romanzi che Antonio Scurati ha dedicato al Duce: “Per cambiare la storia serve sfrontatezza. Bisogna violare ciò che è considerato inviolabile. Bisogna superare un confine che nessuno ha mai osato superare. Ci sarà chi griderà, chi strepiterà che è inaudito. E ne potremo discutere. Ma a quel punto il più è fatto, l’inviolabile è stato violato. Potremo parlare del quanto, del come, ma il confine è stato superato. E un confine superato non è più un confine”. Ecco, le storie di questo libro raccontano di chi invece quei confini li presidia, li difende, li ribadisce con la consapevolezza che siano gli unici confini che valga davvero la pena presidiare, difendere e ribadire. Perché i diritti non diventino privilegi di pochi e per combattere la pur umanissima ambizione a voler essere tra quei pochi. Questo è quindi un libro militante, resistente, ma soprattutto refrattario alla resilienza, il più riuscito anestetico dei nostri tempi, l’antidoto più efficace contro ogni tentazione di resistenza. (Pubblicato per Piemme da Mondadori Libri S.p.A, © 2025 Mondadori Libri S.p.A., Milano)










