di Chiara Bidoli
Corriere della Sera, 26 maggio 2025
Cosa possono fare gli adulti per comprendere meglio i ragazzi di oggi? Ne parla lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini, autore del nuovo libro “Chiamami adulto”. Per capire il loro malessere occorre andare oltre la visione semplificata con cui lo osserviamo e giudichiamo perdendo di vista ciò che conta davvero: la relazione autentica, l’unica strada per sintonizzarsi, davvero, con le nuove generazioni. Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, nel suo ultimo libro, “Chiamami adulto” (in libreria dal 25 marzo), affronta il tema della solitudine dei giovani e risponde alle domande del Corriere della Sera su cosa possono fare gli adulti per comprendere meglio i ragazzi di oggi.
Cosa cercano?
“La relazione con l’altro, soprattutto con i genitori. Siamo in una fase storica di transizione, in cui si devono riorganizzare i pensieri collettivi e manca un sistema valoriale condiviso. Stiamo vivendo l’epoca della dissociazione dove vale tutto e il contrario di tutto. Ne è un esempio il modo in cui consideriamo i social di cui noi adulti facciamo un uso smodato, cercando audience ad ogni costo, ma che poi, quando la ricerca di popolarità diventa challenge giovanile, vengono additati come la causa di tutti i mali”.
Ci spiega cosa intende per “relazione con l’altro”?
“Mi riferisco alla relazione autentica, l’unico antidoto al male sempre più diffuso tra i ragazzi di sentirsi soli in mezzo agli altri, con genitori che fanno fatica a riconoscere le emozioni dei figli, soprattutto se disturbanti, perché significherebbe fare i conti con le proprie. Adulti che si muovono seguendo la dilagante cultura del “fare” e del “controllare”, attenti che siano rispettate le regole e organizzate le giornate (smartphone sì/no, parental control, compiti, ecc.) e che si sentono tanto più rassicurati e appagati quanto più riescono a svolgere i “compiti” nei tempi e nelle modalità prefissate. In realtà gli adolescenti contemporanei cercano adulti significativi, autentici e responsabili che ascoltino i loro bisogni e li aiutino a rispondere alle domande che fondano l’identità: Chi sono? Qual è il mio ruolo nel mondo?”.
Perché i rapporti intergenerazionali sono in crisi?
“Se genitori e insegnanti sostengono di essere “in relazione” e i ragazzi si sentono soli c’è qualcosa che non sta funzionando nella trama affettiva che regola i rapporti. Avere una relazione autentica è molto di più di un ascolto, è sentire che c’è qualcuno con cui si può mettere in parola le proprie emozioni, anche quelle terribili e di cui ci si vergogna o quelle che possono ferire. La domanda che dovremmo porci ogni giorno è: agisco in funzione dei bisogni di mio figlio o lo faccio per sentirmi un bravo genitore? Dovremmo smettere i panni degli “investigatori” e puntare sulla relazione, sostenerli nella costruzione della loro identità, anche digitale, e rispondere ai loro bisogni di riconoscimento e affermazione”.
Come “stare” con un figlio che soffre?
“Favorire un contesto di accoglienza in cui il dolore o la disperazione possa diventare parola. Un figlio che non esprime il proprio disagio sente che il genitore non è in grado di tollerare un certo tipo di comunicazione, d’altronde nessuno parlerebbe di un problema a un altro che, invece di aiutarti, lo nega o lo peggiora. Viviamo in una società che rimuove il dolore, che ha pornografizzato le emozioni, che ha legittimato la possibilità di condividere in rete la nostra vita più intima e, invece, ci preoccupiamo che i nostri adolescenti siano sul web. L’uso eccessivo dei social, degli smartphone e dei videogiochi online da parte dei ragazzi è un effetto, un tentativo di colmare il vuoto, di lenire il senso di solitudine sperimentato ogni giorno in mezzo agli altri non la causa del loro dolore”.











