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di Marco De Vidi

Il Manifesto, 14 febbraio 2026

Due recenti libri indagano la criminalizzazione e la fobia verso i giovani italiani di seconda generazione. Come la musica, in particolare la trap, rappresenti per molti un veicolo di riscatto. L’approccio implacabile di Baby Gang e Simba La Rue. “Preferite i maranza o i ragazzi che vanno a scuola per dieci anni, e poi possono chiedere la cittadinanza e diventare cittadini italiani? Perché i maranza sono quelli che non vanno a scuola e vanno a delinquere in mezzo alla strada. E io i maranza non li voglio”. Così si esprimeva il ministro Tajani, quest’estate, durante una discussione sullo ius scholae. Quando il panico morale, e i suoi discorsi intrisi di razzismo, arrivano ai vertici delle nostre istituzioni, significa che il gioco è fatto, si è creato il nemico perfetto, il capro espiatorio buono per tutte le occasioni.

Sono i maranza i nuovi “diavoli popolari”, l’oggetto da temere, lo spirito deviante pronto a sconvolgere e armare le nostre periferie, a infestare l’ordine pubblico, a sovvertire gli stessi criteri estetici, con quell’abbigliamento vistoso e inelegante e quella colonna sonora identitaria e fondante, la trap, capace di appassionare milioni di ascoltatori eppure continuamente criticata perché emblema del cattivo gusto musicale.

Prospettive - Due libri usciti nelle scorse settimane provano ora a farci capire meglio chi siano e cosa vogliono, i maranza: “Pisciare sulla metropoli” (DeriveApprodi) di Tommaso Sarti, ricercatore in scienze sociali all’università di Padova, e “La periferia vi guarda con odio” (Agenzia X) del giornalista musicale Gabriel Seroussi, collaboratore tra gli altri di Rolling Stone e Rivista Studio. Due prospettive complementari che indagano la fobia e la criminalizzazione verso i giovani italiani di seconda generazione, e il modo in cui questi cerchino riscatto e legittimazione. Il lavoro di Sarti si focalizza in particolare sull’autorappresentazione che i maranza costruiscono di sé. La stessa definizione di seconde generazioni a loro sta stretta, è problematica. “Se nel contesto del nuovo ordine postcoloniale, il razzismo si organizza come un sistema di caste sociali - osserva il ricercatore -, in cui i figli dei migranti ereditano la condizione di subalternità assegnata ai loro genitori, le cosiddette “seconde generazioni” mettono in crisi il paradigma dell’immigrazione basata sulla temporaneità”. Questi giovani, spesso nati in Italia, non hanno alcuna intenzione di sottostare alle implicite regole di subalternità e giocare il ruolo del buon immigrato, facendosi sfruttare sul lavoro, vivendo confinati nei quartieri popolari, condannati a non poter migliorare il loro status sociale. I maranza invece esistono, prendono parola, cercano un riconoscimento in quello che è lo spazio pubblico. Musica e religione, vissuti in modo nuovo e personale, diventano i due strumenti principali di emancipazione.

“Sono una ragazza afrodiscendente cresciuta in Italia. Figlia di chi ha attraversato il mare per dare un nome al futuro - scrive Chadia Rodriguez, rapper nata in Spagna da genitori di origine marocchina, cresciuta a Torino, nell’introduzione al volume di Sarti -. L’islam, la cultura dei miei genitori, la lingua di casa, sono la mia radice invisibile. Sono le cose che mi abitano, anche quando non si vedono”. E così descrive il suo primo approccio con la musica: “Il rap è stato il mio primo specchio. Un modo per esistere senza dovermi spiegare”.

Invisibili - È un discorso che vale per molti altri giovani italiani di origine straniera, araba e africana in particolare. Fino a prima del 2016, l’anno in cui la trap è esplosa in Italia, nel mondo della musica gli italiani di origine straniera erano invisibili, quasi non esistevano, di certo nessuno fino a quel momento (tranne forse Amir Issaa) era stato in grado di arrivare al mainstream, di farsi trasmettere nelle radio, di entrare in classifica, di comparire in tv. Poi sono arrivati l’italo marocchino Maruego, Tommy Kuti, di origine nigeriana, con il suo brano Afroitaliano, Mudimbi, per metà congolese, la stessa Chadia Rodriguez, e poi Ghali, figlio di genitori tunisini, e qualche anno dopo la nuova generazione, in particolare con Simba La Rue, nato a Tunisi e cresciuto vicino a Como, e Baby Gang, nato a Lecco da genitori marocchini, questi ultimi rappresentanti di un approccio criminale, più aggressivo tanto nei testi quanto nello stile di vita.

In un decennio, attraversando i molti stili derivati da rap, trap, drill, grime, afrobeat, questi artisti sono riusciti ad emergere, intercettando un bisogno rimasto sopito fino a quel momento, e cioè la necessità di un’intera generazione di italiani di seconda generazione di trovare rappresentazione, vedere riconosciuta la propria identità, sentirsi parte di un movimento musicale nuovo, la trap in particolare, che qui ancora non esisteva e che si andava piuttosto a cercare tra i nomi dell’hip hop francese e della scena drill proveniente dal Regno Unito. È la musica a fare da collante, a permettere che in tanti possano immedesimarsi, riconoscersi, sentire che le singole esperienze di sradicamento, discriminazione, l’esser sminuiti, sono condivise.

L’altro mezzo, capace di ridare un senso individuale e al contempo creare comunità tra questi giovanissimi avidi di simboli identitari, è la religione. Ma si tratta di una versione dell’islam diversa da quella vissuta dai loro genitori, rivisitata, aggiornata, non dogmatica e più contemporanea, che vuole confrontarsi con i problemi quotidiani di giovani che cercano anche una bussola morale in paesi in cui sono magari nati e cresciuti sentendo di incarnare un’alterità insuperabile. Sarti la racconta nel suo Pisciare sulla metropoli incontrando alcuni giovani membri dell’associazione Strong Believer, che cerca di ripensare l’islam in rapporto alle nuove realtà che si trovano a vivere, molto diverse da quelle dei propri genitori o dei paesi d’origine delle proprie famiglie. È un fenomeno non solo italiano, ma che riguarda molte realtà in contatto tra loro in tutta Europa. Da rivendicare, senza nascondersi. La musica, in questa nuova identità musulmana, non viene ostracizzata, anzi diventa una chiave importante per esprimere l’universo di elementi legati alle migrazioni, alla religione, a una lingua da inventare.

Del resto, l’intreccio tra radicalismo nero, Pantere Nere, Black Muslim, Nation of Islam, fa parte della storia stessa della cultura hip hop, ed è alla base delle grandi innovazioni introdotte da musicisti come Afrika Bambaataa e Public Enemy. Ma l’aspetto religioso, in particolare con i rigurgiti islamofobi post 11 settembre, non smette di costituire, agli occhi di troppe persone, una costante minaccia.

I luoghi - Il lavoro di Seroussi riparte invece dalle periferie, che sono i luoghi in cui l’emarginalizzazione è più evidente. In quartieri imbruttiti e con servizi scadenti, senza spazi di ritrovo, dove povertà e razzismo persistono, “si può dire che il rap sia uno dei pochi spazi di possibile legittimazione culturale per persone altrimenti sistematicamente marginalizzate”. Con sguardo da insider, in un lavoro denso e sfaccettato, Seroussi ci porta a Genova a conoscere Helmi e il collettivo Genovarabe, discute dell’anima migrante di Torino attraversata dalle diverse generazioni di rapper e trapper, da Ensi di origine siciliana a Sem, i cui genitori arrivano dal Marocco, esplora le contraddizioni di San Siro, quartiere che più di tutti sembra condensare gli stereotipi dell’allarmato grido dei benpensanti, e che d’altra parte è il principale punto di riferimento per la scena trap, non solo milanese ma nazionale.

“Si è accentuata la frattura tra centro e periferia - spiega Paolo Grassi, antropologo urbano e ricercatore universitario, intervistato da Seroussi -, e le periferie raccolgono in larga parte le persone con meno risorse. Milano, come la maggior parte delle città italiane, è una città sicura. È vero che in una città sempre più polarizzata alcuni gruppi di giovani hanno iniziato a far sentire maggiormente la loro presenza, talvolta anche attraverso atti devianti. Certe azioni possono essere lette come una forma di rottura: la rottura di confini simbolici e sociali, una sfida al posizionamento imposto”.

Diventa emblematica in questo senso la vicenda del videoclip di Rapina, brano di Baby Gang e Neima Ezza, girato proprio nel quartiere di San Siro. Nel 2021, con le rigide restrizioni che ancora regolano la lenta uscita dalla pandemia, i due trapper chiamano a raccolta i loro fan per girare il video. Arrivano in più di 300, senza autorizzazioni. Qualcuno chiama le forze dell’ordine, e da qui la tensione esplode subito, con lanci di oggetti, sassaiole, scontri pesanti con la polizia. A Baby Gang verranno dati tre anni di condanna per aver fomentato i disordini. “San Siro torna sotto i riflettori - continua Grassi nell’intervista di Seroussi -, e cambia etichetta, diventando la banlieue milanese, categoria che richiama immediatamente il contesto francese e la narrazione sugli scontri tra giovani e polizia nelle periferie di Parigi”.

Sono giovani, musulmani, non bianchi. Rappresentano il forte cambiamento che sta trasformando la società italiana, dato che negli ultimi vent’anni (Seroussi cita i dati Censis del 2024) tra gli 11 milioni di nuovi nati più del 17 per cento sono figli di coppie formate da almeno un genitore straniero. E di questi, quasi due terzi hanno subito comportamenti razzisti in prima persona, a scuola, per strada, oppure da parte delle forze dell’ordine (la polizia italiana è stata recentemente richiamata dal consiglio d’Europa per le pratiche di racial profiling). I maranza, certo, grazie a questa musica hanno trovato un simbolo identitario, una forma di espressione propria, peculiare. Ma il fatto è che anche agli altri, ai loro coetanei, questa musica, questo look, questo atteggiamento, piacciono. E in tutto questo, “il successo trasversale del rap, per anni osteggiato dal sistema dell’intrattenimento italiano, sta producendo cambiamenti sociali e culturali significativi che una parte dell’Italia vede come pericolosi”, osserva Seroussi.

La questione francese - Leggendo questi testi è impossibile non tornare a due volumi recenti, entrambi pubblicati in Italia da DeriveApprodi, opera di due autrici che partono dalla Francia per raccontare le dinamiche delle periferie di tutta Europa. Il primo è Restare barbari, della scrittrice Louisa Yousfi, il secondo è il libro dell’autrice Houria Bouteldja, Maranza di tutto il mondo, unitevi!, che mette insieme un’approfondita analisi storico politica con l’invito all’azione. Entrambe le autrici sono di origine francese e algerina, e anche questa doppia appartanenza viene problematizzata, messa in discussione.

Come osserva Yousfi, il barbaro rappresenta uno stereotipo, ma in qualche modo se ne appropria, lo rovescia, lo usa come arma, sbeffeggiando una società che ne è spaventata. Di questa paura, in qualche modo, si nutre. E il rap e la trap ne sono i linguaggi più importanti, per quella capacità di creare cortocircuiti, di essere crudeli, incisivi, di scavare a fondo mostrando tutte le contraddizioni di chi da un lato cerca approvazione e dall’altro sa che sarà eternamente un corpo estraneo, anche in senso letterale, di corpo differente, sempre razzializzato.

Per l’Italia, Baby Gang forse è l’esempio principe di questa dinamica, un ragazzo che è stato in carcere minorile e che, anche grazie all’attenzione di una comunità educativa (nel libro di Seroussi c’è un’interessante intervista a don Claudio Burgio, animatore di questa realtà), è riuscito a trovare una forma in cui esprimere tutta quella rabbia, le difficoltà vissute da chi cresce e mai supererà, forse, l’emarginazione, che ancora sta pagando con nuovi arresti e la difficoltà di fare musica con continuità. Ma viene in mente anche una figura come Bello Figo, autore di una assurda hit come Non pago affitto, davvero difficile da prendere sul serio, eppure invitato più volte in tv a far impazzire i politici di destra convinti che quei testi rispecchiassero il vero pensiero della popolazione migrante.

È in questa provocazione continua, radicale, anche paradossale, che si esprime l’essere barbari, e anche solo l’atto di svelare quello che accade in questo mondo, disseminarne le spore che partono dalle banlieues e dalle periferie e si diffondono ovunque, nelle classifiche, nelle riviste di moda, nelle playlist di ogni dodicenne, è un atto di rivolta, di rifiuto di sottostare alla categorie imposte da qualcun altro. Perché, come approfondisce la lezione di Maranza di tutto il mondo, unitevi!, la condizione dei maranza è paradigmatica, poiché qui convergono gli assi portanti che costituiscono lo stato moderno, di cui il razzismo è un componente fondante, originario, e non una sventura accidentale imputabile a poche persone ignoranti.

È un’impostazione del discorso che rende questi nuovi mostri urbani il centro di un cambiamento possibile, auspicato, liberatorio per tutti. Razzismo, patriarcato, capitalismo, segregazione urbana, non sono che i diversi aspetti di un medesimo e pervasivo apparato di potere che usa la stessa artificiale invenzione razziale per mantenere ben salda l’apparentemente insuperabile composizione di classe. E i bianchi poveri, i beauf, non fanno che accondiscendere il ceto al potere abboccando al razzismo, invece di comprendere che allearsi con i maranza può voler dire forse, finalmente, abbattere uno dopo l’altro tutti i dispositivi all’opera per soggiogare chi è sfruttato.

Paradigma - Non è semplice riconoscere la pervasività di questi meccanismi neanche da vicinissimo. Louisa Yousfi, in chiusura al suo Restare barbari, si interroga su quanto sia corretto che il suo lavoro parli quasi esclusivamente di giovani maschi, che incarnano un paradigma, ma non subiscono, per lo meno, quel potere discriminatorio, schiacciante, chiamato patriarcato. E allo stesso modo, nel libro di Seroussi, davvero ricco di spunti, due artiste come LaHasna, autrice italiana e marocchina, e Linda, rapper di origini ivoriane, riflettono su come il loro sia un percorso solitario, senza modelli di riferimento, senza una vera scena attorno a loro che non sia quella dei maschi. I quali giocano sugli stereotipi, che funzionano benissimo anche per le case discografiche perché sono ottimo materiale di marketing per vendere più dischi. “Io ho rifiutato lavori e interviste per questo, perché non voglio essere strumentalizzata. Io non sono un cliché, e ne vado fiera”, spiega LaHasna intervistata nel libro.

Le modalità della discriminazione vanno smascherate, una a una. Perché quel potere che si regge anche sulla creazione di nuovi diavoli da isolare, ogni tanto mostra il suo vero volto, a ricordarci chi è che dovremmo davvero temere.

Un anno fa il 19enne Ramy Elgaml, giovane di origini marocchine residente nel quartiere Corvetto, a Milano, è morto dopo un incidente sullo scooter guidato da un amico, inseguito da una pattuglia di forze dell’ordine. Ora ci sono sette carabinieri indagati per omicidio stradale e per aver cercato di cancellare le prove e intimidire i testimoni, allo scopo di depistare le indagini. Un amico di infanzia di Ramy, Mahmoud Mohamed, nato in Libia da genitori di origine marocchina ed egiziana, è morto a 21 anni lo scorso maggio, sempre facendo un incidente in scooter, perché timoroso di fermarsi al posto di blocco della polizia.

E mentre media locali e nazionali continuano a confondere le acque, mettendo insieme violenza giovanile, maranza, trap, baby gang, in diverse città italiane i movimenti neofascisti si mobilitano, organizzano ronde, appendono striscioni contro i giovani di origine straniera. Nessuno ormai si scandalizza troppo quando il capro espiatorio viene ucciso veramente, chissà che anzi non serva a placare l’ansia collettiva, almeno per un po’. Ma non è detto che fili tutto liscio. Come osserva uno dei giovani intervistati nel libro del sociologo Tommaso Sarti, “prima o poi scenderemo in piazza o in strada, è questione di tempo, è questione di tempo perché tutti c’hanno una rabbia che fidati è bella accesa”.