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di Angela Nocioni

 

Il Garantista, 8 aprile 2015

 

Senza cielo e senza aria. In bianco e nero. "Encerrados", (Rinchiusi) libro fotografico di Valerio Bispuri, edito da Contrasto, due testi di Eduardo Galeano e di Roberto Saviano, in italiano, spagnolo ed inglese. Dieci anni di fotografie dentro le prigioni del Sud America, dall'Argentina al Venezuela. Dai cortili sudici dove perlomeno si respira, qualcuno sorride perfino, alle celle del reparto sicurezza dove è vietato entrare a chiunque. Perché i detenuti sono feroci maniaci assassini? No, perché il direttore del carcere ha paura. Teme di perdere il posto se quelli di fuori sanno come vivono quelli di dentro. Non dà il permesso, inventa scuse, minaccia.

Valerio Bispuri è entrato lo stesso. Ha firmato l'esonero di responsabilità alle autorità carcerarie, semmai i detenuti lo avessero ucciso o preso in ostaggio, ed è entrato da solo. Non gli hanno consentito di essere accompagnato dalle guardie. È entrato da solo e ha scattato. Le foto sono state esposte e quel reparto è stato chiuso. È successo in Argentina, a Mendoza, nella bella valle dei vini doc, nell'Argentina dei cieli immensi e azzurri con l'orizzonte infinito, i resort cinque stelle sparsi tra i vigneti, nel cuore dell'Argentina da export, da cartolina, quella venduta in dollari ai turisti.

Sono stati poi aperti altri reparti peggiori? Sì, certamente, ma intanto quello è stato chiuso. Se un libro serve a qualcosa, questo è servito.

"Era il padiglione 5 del carcere di San Felipe di Mendoza, quattromila detenuti" racconta Valerio Bispuri. "Ero andato lì per fotografare, con tutti i permessi a posto. Stavo nel cortile, tutti i padiglioni del carcere si affacciavano nel cortile. Alcuni detenuti hanno cominciato ad urlare appena si sono accorti che un esterno era entrato. Uno di fuori. Chiamavano la mia attenzione. Chiedevano che andassi. Mi gridavano: entra qui, qui non ti fanno vedere niente, te lo facciamo vedere noi, vieni, entra, vieni a vedere come viviamo noi". Erano i detenuti del braccio sicurezza. "Ho chiesto al direttore di farmi andare, ma non ne voleva sapere. Diceva: no, lì ci sono assassini pericolosissimi, i detenuti più pericolosi d'Argentina, non mi posso assumere la responsabilità che le succeda qualcosa. Abbiamo discusso a lungo, io ho alzato la voce, ho detto che non me ne sarei andato senza fotografare quel posto, quando ho detto che sarei entrato da solo, firmando tutto quello che voleva, ha ceduto. Ma non mi ha fatto accompagnare. Sono entrato da solo".

E loro, i detenuti del padiglione 5? "Persone. Erano contenti che qualcuno entrasse lì, che vedesse, che fotografasse. Mi hanno mostrato tutto quel che poteva servirmi, mi hanno aiutato". Quelle foto sono state esposte in Argentina nel 2009. Qualcuno se ne è accorto, ci ha montato sopra uno scandalo. Amnesty International se ne è occupata. Fatto sta che nel 2009 il padiglione 5 è stato chiuso.

Di carceri orrende nel libro ce ne sono molte. Scrive Saviano: "Lurigancho è il carcere più grande del Sudamerica, si trova a Lima, in Perù, e qui Bispuri ha trascorso lungo tempo. Ospita diecimila detenuti, è una città nella città e in un paese che in questo momento è il primo produttore di coca. Entrare in questo luogo significa sbirciare nelle viscere dell'inferno.

Poi è andato a Penitenciaria, a Santiago del Cile, il carcere più vecchio del continente, costruito agli inizi del Novecento. Qui ha visto e fotografato detenuti ricavare spade da tubature arrugginite in vecchi bagni. Poi è stato a Villa Devoto, in Argentina, una delle carceri più pericolose del Sudamerica, proprio dentro la città di Buenos Aires. Poi a Los Teques, a Caracas, in Venezuela, un carcere paradossale ma non per il Sudamerica, lì tutti i detenuti sono armati di coltelli, pistole e hanno una sorta di codice per cui quando un capo esce di prigione sparano sul muro come per festeggiare. A Bogotà, in Colombia, ha visitato Combita, il carcere dove sono rinchiusi ex guerriglieri delle Farc.

Quelle di Bispuri sono fotografie di città, carceri formicai, carceri dove chiunque è condannato, poliziotti e detenuti. Carceri dove il detenuto sa che la differenza tra lo stare dentro e lo stare fuori è minima, sostanziale certo per fare affari, ma minima sul piano del disagio, della disperazione, finanche del diritto. Dal momento che si è armati, dal carcere in Venezuela si potrebbe forse persino scappare, ma per cosa? Per finire di nuovo dentro? O ammazzati da un rivale? Il carcere in fondo dà regole e spesso sospende vendette".

Ma perché un fotografo romano, a trent'anni, decide di cominciare a girare per prigioni latinoamericane e continua a farlo per dieci anni? Con tutte le complicazioni che ne derivano, permessi da chiedere, aerei da prendere, soldi da trovare. Finanziare un lavoro fotografico così richiede un grande impegno anche economico, non solo di tempo e di vita individuale. Qual era la molla? "Volevo fare un lavoro sulla libertà - risponde Bispuri - all'inizio non ne avevo idea, non sapevo che sarebbe durato così tanto, né che ne avrei fatto un libro. Il fatto è che la libertà, la tua libertà, prende un altro significato quando sei stato lì dentro, anche solo una volta, basta entrare una volta e guardare, pensare cosa possa essere stare rinchiusi, volevo provare a capire come sta chi sta rinchiuso".

E perché è stato rinchiuso? Sempre Saviano da "Encerrados": "Il primo reato che riempie le carceri sudamericane è il primo reato che riempie le carceri americane, ed è il primo reato che riempie le carceri europee: la droga. In paesi in cui i cartelli criminali sono fortissimi, a testimoniare quanto la repressione e il proibizionismo non siano stati la strada giusta, quanto le politiche repressive siano state fallimentari. Poi ci sono le truffe, ma prima delle truffe omicidi, stupri, furti. Bispuri è stato anche in carceri femminili. Ha trovato e fotografato storie di donne che hanno ucciso i mariti, spesso ubriachi, per difendersi o semplicemente per stordirli, ma hanno esagerato con i colpi. Madri che hanno ucciso i propri figli. Figli drogati, figli violenti o figli innocenti e a essere ubriache e drogate erano loro.

Eppure ciò che colpisce, in tutto questo bianco e in tutto questo nero, è forse la mancanza di disperazione finale, ciò che mi ha sempre colpito sono le percentuali di suicidi in questi inferni, percentuali bassissime se paragonate a quelle dei suicidi nelle carceri nordamericane ed europee. Nessuno si uccide in Sudamerica. E Bispuri, in fondo, è riuscito con il suo talento di fotografo a raccontare queste vite fatte di resistenza alla morte. Resistenza che spesso diventa indolenza - guardate i volti! -, questi uomini e queste donne non sembrano voler insorgere, sembrano piuttosto resistere come legni, come stalattiti. Pelle, calli, gocce di sudore e ancora gocce di sudore".

Dopo dieci anni a scattare foto dentro celle di prigioni infernali, cosa rimane? Cosa si impara? "Io ho capito che tutti possiamo avere un momento di follia. Non ho incontrato persone cattive in carcere, non ho visto una carrellata di mostri. Avrei potuto esserci io al posto di qualcuno di loro, questo l'ho capito chiaramente. A tutti può succedere un periodo di black out".