recensione di Fabio Massimo Nicosia
Il Garantista, 11 aprile 2015
Il libro che ricorda le sfide Radicali, che però su questi temi rischiano - paradossalmente - di farsi sfuggire un'occasione storica. L'Italia è un Paese bizzarro. Sapete che mestiere fa il personaggio che più di ogni altro oggi si batte per l'abolizione del carcere? La pianista? La librettista d'opera rii musica contemporanea? Esatto! Ma torse vi sorprenderà di più che la sua occupazione principale è quella di Sostituto Procuratore della Repubblica, a Pesaro per l'esattezza.
In un suo testo pubblicato dalla gloriosa Liberi Libri nel 2011 "Giustizia relativa e pena assoluta", Silvia Cecchi argomenta da par suo su tale delicata questione. Non aspettatevi affermazioni mirabolanti e guerrigliere, si tratta di una "moderata". Cecchi semplicemente sostiene che il carcere, nella sua essenza punitiva, retributiva e afflittiva, semplicemente contrasta con l'art. 27 della Costituzione, secondo il quale la pena dove tendere alla rieducazione del condannato, senza con questo ristorare in alcun modo le vittime. In realtà l'autrice svolge anche un discorso più sottile, come si evince da! titolo del lavoro.
La pena è "assoluta", nel senso che toglie in toto tempo e spazio al "reo", mentre raramente la condotta "delittuosa" esprime totalmente la personalità "malvagia" di questo, di cui il reato e solo una manifestazione parziale.
Si noti - è questo a nostro avviso è un limite - Cecchi non intende contestare il diritto penale in quanto tale: secondo l'autrice rimane comunque spazio per pene alternative, restitutorie, interdittive, per processi di mediazione (questo l'aspetto più interessante, che l'autrice ha sviluppato in altri scritti). Intende invece contestare solo il carcere in quanto istituzione totale, che non ha senso né per il reo (quando è tale: non dimentichiamoci mai le detenzioni cautelari e degli innocenti), né per la vittima, che non vi ricava nulla, se non soddisfazione a un sentimento di vendetta, in sé comprensibile. La vittima quando c'è. Perché moltissimi sono ancora ì reati senza vittime, i victimless crymes, come quelli sulla droga, sicché, aggiungiamo noi, iniziativa anti carceraria e lotta antiproibizionista dovrebbero andare di pari passo.
Detto questo sommariamente sul libro di Silvia Cecchi, resta spazio per qualche appunto sull'attuale lotta radicale sulle carceri, e non possiamo non esprimere un senso di insoddisfazione. Proprio il libro di Cecchi, così argomentato, così ricco di spunti, ci fa pensare che ì radicali rischiano di perdere un'occasione storica, Secondo i radicali, in nome dello "Stato di diritto", bisogna "riportare il carcere nelle legalità".
Ma quando mai ci è stato? Proprio Cecchi ci dice che, in nome di quello stesso Stato di diritto. Il carcere andrebbe semplicemente abolito, ani mettendosi seni mai (ai sensi dell'art. 13 della Costituzione) qualche limitazione di libertà personale per i casi di maggiore pericolosità sociale, ma ciò non significa "carcere" come lo conosciamo (comunità, case-famiglia, etc.).
E allora auspichiamo che, come fecero con i manicomi, i radicali vadano appunto alla radice delle cose e arricchiscano la propria azione con un maggiore approfondimento sull'istituto carcerario in quanto tale, sulla tematica del diritto penale minimo, e così via, dato che il rischio è quello di chiedere troppo e troppo poco nello stesso tempo.
In effetti, questa posizione di troppo/troppo poco, di vedere che cosa di buono può aver fatto il governo (decreto legislativo sull'archivi azione atti eli particolare temuta) e, d'altro lato, di criticarlo quando fa qualcosa di sbagliato in quella direzione, come il far scadere i termini della delega sulla detenzione domiciliare.
Certo, se si dice amnistia (pur fondamentale per deflazionare i processi pendenti) e basta, ti precludi di interagire su questo terreno più pratico, ma che va più decisamente verso la messa in discussione dell'istituto carcerario in quanto sanzione "generale", come dice Cecchi. Insomma, paradossalmente, proprio una più intransigente posizione sul piano teorico, di messa in discussione dell'istituto carcerario in quanto tale (cosa che peraltro Pannella faceva negli anni 70) consente un più stringente dialogo sulle riforme che vanno in questa direzione, come del resto richiesto dallo stesso messaggio di Napolitano, che solo alla fine parlava dì amnistia, come quadratura del cerchio del problema.










