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di Annalisa Celeghin

 

Il Mattino di Padova, 17 febbraio 2015

 

Il rugby non è solo il Sei Nazioni. Può essere anche un viaggio, lungo poco più di 210 giorni, nelle carceri italiane: è quello che ha fatto lo scrittore Antonio Falda, ben raccontato nel libro che ha per titolo "Per la libertà. Il rugby oltre le sbarre" (Absolutely Free Editore, 14 euro, pubblicato con il patrocinio del Ministero della Giustizia, del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, della Federazione Italia Rugby e del Club Amatori Rugby).

"Il rugby non guarda come sei fatto. Ti prende con sé, comunque": così fa all'Istituto Penale Minorenni di Nisida (Napoli), nella Case circondariali di Terni, Torino, Monza, Frosinone e Firenze, nelle Case di reclusione di Porto Azzurro e Bollate (Milano). Perché lo sport libera, qualunque pena uno stia scontando, e allora per qualche ora le sbarre non esistono più e si può guardare all'insù, verso il cielo, dimenticando il resto.

In molti casi si tratta di un "rugby rivisitato e adeguato alle circostanze": la meta magari si realizza schiacciando la palla ovale contro una parete e non a terra, e i placcaggi sono off limits, si gioca al tocco, per evitare contatti troppo violenti non realizzabili su terreni particolari. Non importa: è pur sempre rugby, pur sempre sport, pur sempre un momento in cui si devono rispettare gli avversari e le regole di gioco.

Una scuola di vita, per molti magari migliore di quella avuta in passato e che non è bastata a tenerli lontani dalla delinquenza. "Vengo dall'Albania e qui in carcere stiamo tutti un po' divisi: albanesi, africani, nordafricani, napoletani, romani. Ciascuno chiuso nel suo gruppo di appartenenza. Giocare insieme ci consente, invece, di dialogare con gli altri. Prima, tra noi, non ci si poteva guardare appena appena storto che nascevano subito discussioni", racconta un detenuto della Casa circondariale di Terni. La domanda che tiene insieme le storie di questo volume è in fondo una sola: lo sport quanto può cambiare una persona incarcerata?

La risposta sta nelle parole dei detenuti, che nel rugby trovano una forma di redenzione personale; sta nell'impegno che di chi dona il proprio tempo per insegnare l'arte della palla ovale nelle prigioni. E il terzo tempo? Basta anche un solo urlo forte all'unisono di tutti i giocatori dopo una partita: libertà!