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di Andrea Colombo

Il Manifesto, 15 marzo 2025

“Non mi sono fatto niente” di Maurizio “Gibo” Gibertini, l’autobiografia estrema per tempi estremi (edita da Milieu). Tra saggistica, narrativa e memorialistica i volumi che trattano degli anni tra il 1967 e i primi anni 80 si misurano in tonnellate e sono per lo più superflui. Ma, se si dovesse circoscrivere la scelta a pochissimi titoli, Non mi sono fatto niente (Milieu, pp. 336, euro 18,50), di Maurizio “Gibo” Gibertini, rientrerebbe di diritto nel mazzo. Se si tratta di restituire le emozioni soverchianti e la realtà frenetica di quel momento, la generosità e l’incoscienza, il senso forte di appartenenza a una comunità e la sua dissoluzione mai però del tutto compiuta, l’urgenza di libertà e gli errori che induceva il libro di Gibertini non teme paragoni. Eppure questo non è o non è soltanto un libro sugli anni della rivolta.

È un’autobiografia, una storia estrema come estremi erano i tempi e i loro protagonisti. Se riassume un’intera parabola è quella della generazione di Gibo non di uno specifico momento, per quanto centrale e tale da incidere sui decenni a venire. Ma si sa che un Movimento è davvero tale quando le storie individuali si confondono con quella collettiva: la parabola di Gibo è anche il ritratto della Milano di quegli anni, una realtà unica per molte ragioni, incluso il fatto che in nessun’altra piazza lo scontro all’interno della sinistra rivoluzionaria raggiunse simili livelli di incarognimento e violenza, con punte di schietto squadrismo. La storia di Maurizio Gibertini parte come un tipico percorso di militanza: una famiglia operaia, il vento liberatorio degli anni 60, Lotta continua poi l’Autonomia con Rosso, la guerriglia di strada sino alla lotta armata ma senza cadaveri sulla coscienza, non per fortunato caso ma per scelta.

Già alla fine del 1977 Gibo capisce che la partita è persa e come tanti immagina di poter ricominciare dall’altra parte dell’oceano, in Sudamerica. Il romanzo di Movimento diventa racconto di viaggio, il versante picaresco prende il sopravvento, le droghe, già molto presenti, dilagano, le disavventure si moltiplicano e l’autore gioca sul registro comico non meno che su quello drammatico. Il viaggio, come la lotta, è un altro modo per restare fuori dalla legge, sottrarsi allo Stato e al suo controllo. La legge chiede il conto quando Gibo torna in patria. Fioccano le denunce dei pentiti: ‘Coniglio’, al secolo Mario Ferrandi, Marco Barbone. Gli addebitano molto più di quanto abbia fatto: condannato nel processo Rosso/Tobagi, poi processato anche per l’uccisione dell’agente Custrà, nella manifestazione del 14 maggio 1977 alla quale, caso più unico che raro, non aveva neppure partecipato. Infatti sarà assolto in appello con formula piena.

Il racconto picaresco si trasforma in romanzo carcerario e si parla degli anni in cui nelle prigioni lasciarci la pelle era ordinaria amministrazione: una storia di galera, di pestaggi e ammazzatine, di strategie di sopravvivenza sempre precarie. Ma anche un’istantanea raggelante dell’orrore in cui quella ricerca collettiva, violenta ma gioiosa, di liberazione era alla fine degenerata. Maurizio Gibertini non giudica, non scaglia mai anatemi. Però racconta senza sconti e i fatti parlano da soli.

Fuori dal carcere Gibo non ritrova la Milano, l’Italia e il mondo che conosceva. C’è la Milano da bere, la voracità yuppie, la dissoluzione della comunità di cui faceva parte, squassata dall’impossibilità di trovare una terza via, che Gibo cerca inutilmente, tra dissociazione e “irriducibilità”. Ci sono l’eroina, la tossicodipendenza e la battaglia per uscirne. Ci sono anche i frutti di una vita sentimentale tempestosa, una figlia perduta, ritrovata e poi tragicamente persa di nuovo, un’altra che invece trova faticosamente la sua strada. Dopo la sconfitta Gibo non disarma: continua caparbio a cercare la libertà, vera cifra della sua e della nostra esperienza, anche quando si tratta di sbarcare il lunario come webmaster quasi ante litteram e poi, filmmaker.

Il libro di Gibertini è un memoir, però scritto come un romanzo, anzi come un lungo rap mitragliato senza mai riprendere fiato, con una capacità di tenere il ritmo avvinghiando il lettore che di solito latita tanto nei volumi di ricordi quanto nei romanzi su quel tempo e con una dose massiccia di autoironia. Quelli che si misurano con il loro e nostro passato prendendolo sul serio sono di solito incapaci di riderne. I pochi che slittano verso il registro opposto rendono un servizio anche peggiore: camuffano con il grottesco quanto di radicalmente nuovo, drammatico e alla fine anche tragico invece c’era. Gibo non cade in nessuna delle due trappole e neppure azzarda analisi: non è un trattato, è un racconto. Che però delinea la demarcazione tra chi fantasticava di sostituirsi allo Stato e chi cercava e difendeva spazi sottratti alla presa dello Stato. Il confine tra torvi echi del passato e scintille di futuro.