di Tiziana Maiolo
Il Dubbio, 13 novembre 2024
Non ha mai preteso di rendersi simpatica, la Licia che ci ha lasciato dopo una lunga vita, ma non ha mai ceduto di un millimetro sulla dignità e sull’orgoglio, non solo perché era la vedova di Pino Pinelli, anarchico e staffetta partigiana, ma perché cercava una verità dei fatti che per almeno cinquant’anni non ha avuto. Non è affatto vero che quella sera a Milano era caldo, ma è vero che c’era un bel nebbione di quelli che poi non abbiamo visto più. Eravamo a metà dicembre, era il 15 per la precisione, e Pinelli insieme a un’ottantina di anarchici era prigioniero della questura di via Fatebenefratelli, trattenuto e interrogato al terzo giorno senza alcuna autorizzazione di magistrato, allora usava così, c’erano state leggi di polizia che lo consentivano. Poi, il fatto che il Pino fosse morto, la Licia, con le sue due bambine di otto e nove anni, non lo ha saputo dal commissario Luigi Calabresi, nel cui ufficio veniva condotto l’interrogatorio, ma dai giornalisti. È rimasta lì dritta, con la sua dignità e il suo orgoglio, mentre Claudia con l’acume della sua ingenuità di bambina chiedeva chi fosse stato, a portarle via il suo papà.
E mentre noi riempivamo le piazze gridando che la strage era “di Stato” e che Pinelli era stato assassinato, avevamo nelle orecchie quella ballata, diffusa su un 45 giri, “parole e musiche del proletariato”, che aveva due versioni. Quella ufficiale, “e a un tratto Pinelli cascò”, e l’altra, la nostra, “una spinta e Pinelli cascò”. Suicida secondo il questore, che in una conferenza stampa buttò il suo veleno sulla storia di un uomo probo che credeva nell’anarchia “che non vuol dire bombe, ma giustizia nella libertà”, accusando: “il suo alibi era caduto”. L’alibi sulle ore in cui in piazza Fontana, alla banca dell’agricoltura, qualcuno aveva messo la bomba e provocato 17 morti. Se Pinelli sarà da considerare la diciottesima vittima, come sarà detto solo cinquant’anni dopo, la responsabilità non è solo di chi era presente in quella stanza con la finestra aperta, perché “c’era caldo” in una serata gelida come solo l’inverno milanese sa essere, ma di un’intera catena di vertice istituzionale che ha mentito sapendo di mentire.
Ha qualche importanza il fatto che nel dicembre del 2020 il novantenne (morirà un anno dopo) generale Gian Adelio Maletti, che era stato al vertice del Sid, servizi segreti, dirà che il suicidio di Pinelli era “una bufala”? Ne ha poca, perché ormai i processi sono stati terminati e archiviati. E toccherà a un angosciato giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio, che era ancora “zio Gerry”, vent’anni prima di subire la trasformazione genetica di Mani Pulite, emettere quella sentenza di “malore attivo” che crea disagio prima ancora che scandalo. Un concetto che non vuol dire niente. Quel che è sicuro è che in quella notte gelida e nebbiosa in cui una finestra aperta non aveva senso, un corpo è caduto giù. E il questore disse, quando solo le sue parole dovevano avere valore: “Improvvisamente il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto”. E sui giornali si raccontava che il ferroviere anarchico del Ponte della Ghisolfa sarebbe crollato alla notizia, ovviamente falsa, che “il tuo amico Valpreda ha parlato”, gridando “è la fine dell’anarchia”.
Se la pagina della tragedia e della narrazione è rimasta aperta per così tanti anni, è per il grande merito di queste tre donne, la Licia con le sue figlie Claudia e Silvia, e di un gruppo di giornalisti i quali, al contrario dei finti cronisti d’inchiesta dei nostri giorni, non ricevevano veline, ma svolgevano un vero lavoro di controinformazione rispetto alle versioni ufficiali dei vertici istituzionali. Nomi famosi, come quello di Camilla Cederna, Giorgio Bocca, Giampaolo Pansa, Corrado Stajano, e insieme tanti giovani cronisti, soprattutto negli anni seguenti, quando nacquero Il Manifesto e Lotta Continua, sono stati a lungo al fianco di quella famiglia e di quella ricerca di verità. Insieme alla canzone “La ballata del Pinelli”, cantata in ogni manifestazione, nacquero spettacoli come quello di Dario Fo, “Morte accidentale di un anarchico”, visto e rivisto da migliaia di persone all’interno di un triste capannone, e poi la grande tela del pittore Enrico Baj, “I funerali dell’anarchico Pinelli”, e poi i tanti libri e servizi giornalistici di coloro che non si sono mai arresi.
E in seguito un’altra notte, anche quella fredda, con il buio squarciato dalle luci di grandi fari, eravamo tutti lì, noi che ancora speravamo di trovare una verità che fosse anche giusta, in quello stesso cortile, ad assistere alla prova del manichino, buttato e poi caduto, e poi ancora buttato e ancora caduto. Il cuore stretto, magistrati, poliziotti, giornalisti. Una cosa fu certa, Pino Pinelli non poteva essersi suicidato, la caduta verticale lo escludeva, il corpo che era precipitato nel cortile era un corpo abbandonato, passivo, se pur non morto in senso tecnico. Ma non si poté neppure dimostrare che qualcuno lo avesse afferrato e poi buttato nel cortile. Così si arrivò al “malore attivo”. E a poco servirà sapere, ma sempre a cinquant’anni di distanza, dalla testimonianza di uno che in quella stanza c’era, il brigadiere Panessa, che “quella sera Pinelli se l’è cercata”. Perché è chiaro che nell’ufficio del commissario Calabresi, che in quel momento era uscito nel corridoio, ma in cui stranamente era presente, insieme ai poliziotti, anche un ufficiale dei carabinieri, qualcosa è successo. Qualcosa di molto grave. Cui seguirà, tre anni dopo, l’assassinio del commissario Calabresi. Un atto che uno come Pinelli non avrebbe mai voluto, a vendetta della sua morte. Come dimostrato nel 2009 con l’incontro, promosso dal Presidente Giorgio Napolitano, tra due donne che avevano ugualmente sofferto, Licia Rognini Pinellli e Gemma Capra Calabresi. Vedove di due mariti assassinati. Da chi, come e perché lo potrà dire la storia, prima ancora che le sentenze. Perché non possiamo essere sicuri, in un caso e nell’altro, che siano proprio state decisioni giuste. E possiamo essere certi che, sia pur senza chiedere vendetta, la Licia scomparsa ora dopo una lunga vita, avrebbe voluto un po’ più di giustizia per sé, per Claudia e Silvia, per Pino, e anche per Calabresi. Ma bisognerebbe che la giustizia non fosse affidata ai magistrati, per poterci credere.











