di Claudio Cerasa
Il Foglio, 19 agosto 2026
Bisognerebbe dare un premio a Maria Falcone, sorella di Giovanni Falcone, per aver messo di fronte agli ayatollah del circo mediatico una verità drammatica ma necessaria a lungo rimossa dal dibattito pubblico. Il Falcone che abbiamo rimosso e che Maria Falcone ci ha meravigliosamente ricordato in questi giorni è il magistrato antimafia che odiava la repubblica del sospetto e che all’antimafia delle chiacchiere preferiva quella dei fatti. Si capisce che il partito dei mozzorecchi oggi, di fronte a quelle lezioni, nel migliore dei casi sia costretto a travisarlo, nel peggiore dei casi a sfregiarlo e nei casi più surreali a manipolarlo. L’anticamera del khomeinismo, quando si parla di giustizia, in fondo si costruisce anche così. Rimuovendo, sporcando, sfregiando, manipolando.
Maria Falcone, come sapete, due giorni fa ha risposto a Marco Travaglio, che prendendo spunto da un articolo del Foglio in cui Pietro Grasso, Giuseppe Ayala e Luciano Violante sostenevano che Giovanni Falcone non sarebbe mai andato a cena con Lavitola, ha fatto riemergere una serie di veleni politici riversati contro il fratello magistrato prima della sua morte. Falcone, ha scritto Travaglio, ha fatto di peggio che andare a cena con Lavitola: ha lavorato nel governo di Andreotti. Come a voler dire: se fate i moralisti con Ranucci, che sobriamente giorni fa si era paragonato ad Aldo Moro e Giovanni Falcone, toccherà fare i moralisti anche con Falcone.
A Maria Falcone andrebbe dato un premio non solo per aver ricordato al giornale di Marco Travaglio la differenza tra speculazioni e verità: “Mio fratello non lavorava per il governo di Giulio Andreotti ma lavorava per lo stato italiano” (della sberla data da Maria Falcone a Marco Travaglio, fatto non irrilevante, ieri sul giornale di Travaglio, che fino a prova contraria si chiama il Fatto, nessuna notizia, nessun riferimento, nessun commento, ma siamo certi che oggi Travaglio recupererà). Un premio, Maria Falcone, lo meriterebbe prima di tutto per altro: per aver ricordato che il partito della gogna che oggi si alimenta di allusioni, di moralismo, di falsità è lo stesso che anni fa contribuì a delegittimare Giovanni Falcone, prima della sua morte, con quel “cattivo giornalismo che anche allora come ora preferiva il sospetto alla verità dei fatti, e dolorosamente anche una parte della stessa magistratura e diversi suoi colleghi”. Maria Falcone fa riferimento ad alcuni fatti precisi. Ricorda, probabilmente, quando nel 1988 il Csm preferì Antonino Meli a Falcone alla guida dell’Ufficio istruzione di Palermo. Ricorda, probabilmente, quando il pool antimafia, di Falcone, venne progressivamente smantellato e quando alcune indagini furono sottratte a Falcone. Ricorda quando, tra il 1989 e il 1991, arrivarono le accuse del “corvo” e quelle di Leoluca Orlando sui presunti “cassetti” di Falcone con prove contro politici mafiosi. Ricorda quando Falcone fu accusato di insabbiare indagini, di essere troppo prudente e poi quando, andando al ministero con Martelli, fu accusato di essersi avvicinato al potere. Ricorda quando nel 1991 Falcone dovette difendersi davanti al Csm da queste accuse. Ricorda quando nel 1992 una parte del Csm si oppose anche alla sua nomina a procuratore nazionale antimafia. Ricorda quando alcuni suoi colleghi gli rimproverarono di non aver attribuito la giusta valenza alle dichiarazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia (Pellegriti e Calderone) che, secondo i critici di Falcone, avrebbero potuto aiutare a combattere con più efficacia Cosa Nostra. A quelle accuse infamanti, costruite su illazioni, false verità, sospetti trasformati in condanne, Falcone rispose punto per punto, il 15 ottobre 1991, non molti mesi prima di essere ucciso a Capaci. I documenti di quell’audizione sono stati desecretati nel maggio del 2017 e raccontano un tratto del pensiero di Giovanni Falcone sistematicamente rimosso da tutti coloro che anni dopo ne ricorderanno la storia celebrandola ma rimuovendone il pensiero. Fu in quel contesto che Falcone ricordò quello che un Travaglio e un Ranucci non potrebbero mai accettare: compito dei magistrati, disse Falcone, è ricordarsi che “la cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo”.
Fu in quell’occasione che Falcone, pochi mesi prima di essere ucciso, mostrò la sua idea di giustizia demolendo tutto ciò su cui si fonda oggi la dittatura della gogna e la cultura del sospetto, attaccando la politicizzazione dell’azione giudiziaria (“Sono convinto non che la via giudiziaria sia una bella scorciatoia per risolvere i problemi politici ma che la presenza dello Stato è fondamentale in una zona per combattere certi fenomeni che, prima che economici e sociali, sono squisitamente fenomeni di pertinenza criminale…”), ricordando che i magistrati non devono occuparsi dei pettegolezzi ma hanno il dovere di fare attenzione alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (“A me sembra profondamente immorale che si possano avviare delle imputazioni e contestare delle cose nell’assoluta aleatorietà del risultato giudiziario. Non si può ragionare: intanto contesto il reato e poi si vede. Perché da queste contestazioni poi derivano conseguenze incalcolabili”), denunciando l’oscenità di chi già all’epoca puntava più sui processi celebrati sui media che sui processi celebrati nelle aule di un tribunale (“L’informazione di garanzia - ricordò Falcone in quella audizione - non è una coltellata che si può infliggere così, è qualcosa che deve essere utilizzata nell’interesse dell’indiziato”). Il Giovanni Falcone che si muoveva contro la cultura del sospetto, considerata l’anticamera del khomeinismo, è un Falcone la cui memoria nel migliore dei casi è stata rimossa (Sigfrido Ranucci), nel peggiore dei casi è stata sfregiata (Marco Travaglio) e nel più grottesco dei casi manipolata (come fece Nicola Gratteri nella celebre puntata di “DiMartedì” quando si inventò una frase di Falcone contro la separazione delle carriere, frase mai pronunciata). È il Falcone che denunciava il meccanismo della gogna, in base al quale prima si formula un sospetto, poi il sospetto diventa sentenza mediatica, quindi la sentenza mediatica diventa verità, quindi la verità mediatica produce pressione sul magistrato, quindi il tribunale del popolo trasforma ogni disallineamento dalla verità mediatica in una prova di connivenza con l’indagato di turno. Diceva Falcone, sempre nella stessa audizione, che a forza di legittimare i linciaggi morali, a forza di legittimare i processi costruiti senza prove, a forza di investire nella cultura del sospetto, “l’Italia, pretesa culla del diritto, rischia di diventarne la tomba”.










