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di Luigi Manconi


La Stampa, 31 gennaio 2022

 

Che memoria ci consegna la Giornata della memoria celebrata quattro giorni fa? Una lezione illuminante è quella che si trova in uno degli ultimi articoli di Primo Levi pubblicato, col titolo "Buco nero di Auschwitz", su La Stampa del 22 gennaio del 1987, settantotto giorni prima di quel sabato di aprile in cui si tolse la vita. L'occasione dello scritto era la discussione pubblica in corso in quei mesi in Germania e in Europa a proposito della natura della Shoah e della legittimità o meno di una sua comparazione con altri orrori perpetrati in nome di un'ideologia organizzata in un sistema statuale di dominio e violenza.

In particolare, un gruppo di storici, guidati da Ernst Nolte, era impegnato nel dimostrare il nesso di causalità, anche cronologico, tra le stragi realizzate dal regime nazista e quelle messe in atto dal regime sovietico, sottolineando come l'organizzazione dei lager fosse successiva a quella dei gulag; così come le stragi dei kulaki e degli oppositori politici avessero anticipato i dispositivi di sterminio attuati dal Terzo Reich. Il che portava, quasi inevitabilmente, a considerare la Shoah come una sorta di risposta difensiva alla politica del terrore adottata dal sistema bolscevico e alla minaccia di invasione del territorio tedesco. Primo Levi analizza con estremo rigore e con meticolosa acribia tutti i dati della discussione in corso, entrando dettagliatamente nel merito delle argomentazioni degli storici revisionisti.

Ne emerge un atto di accusa spietato nei confronti dell'Urss, che non risparmia alcuna critica, non dissimula alcun dissenso, non attenua alcun giudizio: "I sovietici non possono essere assolti". Sono responsabili, infatti, degli immondi processi e delle innumerevoli e crudeli azioni contro veri o presunti nemici del popolo, della reinvenzione di un'economia schiavistica destinata alla "edificazione socialista"; e certamente i soldati sovietici, dopo l'assedio di Leningrado, "si macchiarono di colpe gravi". Come si vede non la più piccola indulgenza e, nemmeno, quell'atteggiamento, così diffuso, di chi muove critiche anche le più feroci, ma sentendosi comunque parte integrante, e delusa, dello schieramento da cui si prendono le distanze. Cosa che sarebbe stata comprensibile, tenendo conto degli incontestabili meriti storici avuti dall'Unione Sovietica nella sconfitta del nazismo.

No, Levi non si riferisce a "partiti fratelli" da cui dissentire o a "compagni che sbagliano", verso i quali la critica è tanto pesante quanto segnata dal dolore: per una affinità che si deve ripudiare e per il tradimento di valori che si ritenevano condivisi. Sentimento, questo, comune a tanti democratici sinceri e a tanti comunisti in buona fede, ma presi mani e piedi legati nel meccanismo della guerra fredda, che pure affidavano all'Unione Sovietica un ruolo decisivo nella promozione del riscatto sociale delle classi subalterne.

Primo Levi non parla da persona disillusa, come chi ha creduto nel "Dio che è fallito" - anche in questo caso la sua lucidità è fuori dall'ordinario - : e proprio questo dà maggiore forza alla sua analisi. La teoria della "unicità" della Shoah viene limpidamente argomentata: "Il disprezzo della fondamentale uguaglianza di diritti fra tutti gli esseri umani trapelava da una folla di particolari simbolici, a partire dal tatuaggio di Auschwitz fino all'uso, appunto nelle camere a gas, del veleno originariamente prodotto per disinfestare le stive invase dai topi. L'empio sfruttamento dei cadaveri, e delle loro ceneri, resta appannaggio unico della Germania hitleriana". Se, continua Levi, quell'ideologia avesse prevalso "troveremmo oggi un mondo spaccato in due, "noi" i signori da una parte, tutti gli altri al loro servizio o sterminati perché razzialmente inferiori". Ecco, è il fondamento inequivocabilmente razzista della ideologia e della pratica del nazismo che rende la Shoah "il male assoluto". Questo il ragionamento di Primo Levi nel gennaio del 1987.

Perché mai una simile interpretazione va riaffermata ancora oggi? Perché è proprio quel particolare approccio a renderla incontestabile. La natura abnorme della Shoah e la sua confermata unicità non discende dal numero delle vittime o dall'efferatezza dei metodi di sterminio, ma propriamente da quella ideologia "ariano-suprematista" che ne fu prima motivazione e prima finalità.

Il nazismo, dunque, come strategia di disumanizzazione, fondata sull'annientamento di una parte dell'umanità stessa: l'umanità che negava se stessa. E il suo tratto essenziale: l'eguaglianza tra gli uomini. È questo a rendere pretestuosi i tentativi di "parificazione" tra gli orrori quali quelli affidati al calcolo delle vittime (quanti milioni quelle uccise dal comunismo?); e, altrettanto pretestuosa l'equivalenza tra tutti i regimi dispotici e tirannici del primo Novecento: quasi fosse necessario equiparare al nazismo tutte le altre dittature, per poterle criticare con maggiore radicalità. Il rifiuto di ogni totalitarismo è precondizione di qualsiasi dichiarazione di fede democratica, ma comprendere quale sia la natura profonda e unica del nazismo è uno strumento indispensabile. Al fine di coglierne le nuove manifestazioni più frequenti di quanto si creda e le forme inedite che può assumere la ricorrente ideologia della subordinazione dell'uomo all'uomo.