di Michele Ainis
La Repubblica, 4 giugno 2022
Al voto il 12 giugno, ma i cinque quesiti sulla giustizia sembrano interessare pochi elettori. Manca una settimana al voto, ma dei referendum si parla ben poco. Tanto che l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha richiamato la Rai, nonché gli altri operatori televisivi e radiofonici, esortandoli a una maggiore informazione sui cinque quesiti in materia di giustizia. Roberto Calderoli, che ne aveva curato la stesura per conto della Lega, si è spinto anche più in là: sciopero della fame. E con lui i Radicali, che in queste faccende vantano un’esperienza pluriennale. A tutti, però, ha risposto in tv Luciana Littizzetto: “Come potremmo mai documentarci su questioni così tecniche? Per chi ci avete preso, per 60 milioni di Perry Mason?”.
Da qui un dubbio che investe la natura del referendum, il ruolo degli organi d’informazione, ma in ultimo i doveri di partecipazione che ogni democrazia reclama a carico dei propri cittadini. Perché delle due l’una: o il silenzio discende da un ordine di scuderia impartito dai politici, e da politici vigliacchi, cui manca il coraggio che nel 1991 sfoderò Bettino Craxi, invitando gli italiani ad “andare al mare” per impedire il successo del referendum sulla preferenza unica. I suoi tardi epigoni, al contrario, punterebbero sull’ignoranza degli elettori per far fallire il quorum, anziché spronarli a non votare. Oppure non c’è nessuna congiura del silenzio, c’è solo un vuoto d’interesse nella società italiana. D’altronde è dura appassionarsi al ruolo degli avvocati nei Consigli giudiziari, o al numero di firme necessarie per candidarsi al Csm. Sicché nessuna meraviglia se i referendum sono assenti dai talk show: farebbero crollare l’audience, insieme allo stipendio dei loro conduttori.
Sta di fatto che per comprendere i quesiti servirebbe, più che una laurea in giurisprudenza, un dottorato in egittologia. Quello sulla separazione delle carriere, per esempio, s’allunga per 1068 parole, congiunte in un’unica frase senza punti. Colpa delle acrobazie linguistiche cui ci costringe il nostro ordinamento, dove il referendum è stato costruito per abrogare le regole in vigore, non per aggiungerne di nuove; e allora i promotori s’arrangiano cancellando un aggettivo di qua, una virgola di là, fino a cambiare il senso della proposizione normativa. Ma è colpa, altresì, delle tecnicalità della materia, che mal si prestano a una semplificazione. Da qui l’obiezione avanzata da alcuni giuristi: il referendum, con la sua logica binaria, non andrebbe mai usato sulle questioni più complesse, dove fra il “sì” e il “no” viaggiano mille sfumature. E andrebbe riservato alle grandi questioni di principio, non alle minuzie dettate da questa o quell’altra disciplina normativa.
Giusto? No, sbagliato. L’elenco delle leggi sottratte a referendum si trova iscritto nell’articolo 75 della Costituzione, e non c’è bisogno di stirarlo ulteriormente. Altrimenti l’inammissibilità diverrebbe la regola, anziché l’eccezione. Del resto, per chi s’avventuri a proporre temi un po’ esoterici al corpo elettorale, i costituenti avevano già previsto una sanzione: il fallimento della consultazione popolare, che difficilmente in questi casi potrà superare il quorum dei votanti. E del resto il voto rappresenta un “dovere civico” (articolo 48 della Costituzione), ma non anche un obbligo giuridico. Se non hai voglia d’approfondire la riforma giudiziaria, o se il dibattito sulla nuova legge elettorale ti strappa uno sbadiglio, nessuno potrà metterti in castigo. La cittadinanza non è un servizio militare.
E tuttavia c’è sempre un che di patologico quando i cittadini si disinteressano delle scelte di governo. E c’è paternalismo quando si dice che di certe questioni deve occuparsi il Parlamento, perché il popolo è immaturo. In una democrazia compiuta nessuna legge può sottrarsi alla volontà degli elettori. Significa, perciò, che sui governanti - e sui mezzi d’informazione pubblica e privata - grava il dovere di trasmetterne il significato. Ma significa altresì che sui governati grava il dovere d’informarsi, di documentarsi sul curriculum del candidato a sindaco o sul quesito referendario stampato sulla scheda elettorale. Dopo di che si può anche scegliere di disertare l’urna, ma a ragion veduta. L’ignoranza non è un delitto, però nemmeno una virtù.










