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di Michela De Leo

Il Cittadino, 2 luglio 2026

Il Garante regionale, Doriano Saracino, indica le priorità per rendere più umana la detenzione. Con le alte temperature registrate in questi ultimi giorni, il caldo diventa una prova difficile per tutti. Ma c’è un luogo dove l’estate pesa ancora di più: il carcere. Celle sovraffollate, spazi ristretti, scarsa ventilazione e ore trascorse in ambienti dove l’aria fatica a circolare trasformano il caldo in un ulteriore elemento di sofferenza. Per comprendere meglio quali siano le principali criticità e quali interventi potrebbero migliorare la qualità della vita negli istituti penitenziari, abbiamo intervistato Doriano Saracino, Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale.

 

Con l’arrivo dell’estate e delle alte temperature, il caldo diventa ancora più difficile da sopportare in carcere. Qual è la situazione negli istituti liguri?

“Quello che accade in un istituto penitenziario vale, in buona parte, anche per gli altri. Oggi le difficoltà maggiori riguardano soprattutto il carcere di Marassi, dove le celle arrivano a ospitare sei persone, mentre a Pontedecimo generalmente sono occupate da due detenuti. È evidente che questo incide profondamente sulla vivibilità degli ambienti”.

 

Quanto pesa il caldo all’interno delle celle?

“Il problema non è soltanto la temperatura estema, ma il modo in cui il calore si accumula negli edifici. Durante l’estate viene normalmente consentito di lasciare aperto il cosiddetto blindo, la porta metallica che chiude quella con le sbarre. Può sembrare un dettaglio, ma è una misura fondamentale perché permette all’aria di circolare”.

 

Esistono interventi concreti che potrebbero alleviare questa situazione?

“Negli anni scorsi. grazie anche a donazioni della Conferenza Episcopale Italiana, sono stati distribuiti ventilatori ai detenuti. Molti, però, si sono deteriorati e non sempre sono stati sostituiti. Si potrebbero poi installare vaporizzatori d’acqua nei cortili dell’ora d’aria, come avviene in alcune stazioni ferroviarie o nelle aree di attesa dei traghetti. Sono strumenti dal costo contenuto che offrirebbero un minimo di sollievo nelle giornate più torride”.

 

Anche l’organizzazione della giornata potrebbe fare la differenza? 

“Si. L’ora d’aria si svolge spesso nelle ore più calde. Spostarla nel tardo pomeriggio consentirebbe almeno di sfruttare un po’ di ombra. So bene che questo comporta difficoltà organizzative per il personale, ma sarebbe un aiuto concreto”.

 

Quanto incide il sovraffollamento?

“È il problema strutturale che rende tutto più complicato. Quando gli istituti registrano un tasso di affollamento del 130%, ogni criticità si amplifica. Sei persone chiuse per molte ore nella stessa cella producono inevitabilmente altro calore. È una situazione che pesa sulla salute dei detenuti ma anche sul lavoro della polizia penitenziaria”.

 

Quindi migliorare le condizioni dei detenuti significa migliorare anche quelle del personale?

“Certamente. Prestare servizio in ambienti così caldi è estremamente faticoso. Rendere il carcere un luogo più vivibile aiuta tutti coloro che lo abitano e ci lavorano”.

 

Ci sono aspetti poco conosciuti della vita quotidiana durante l’estate?

“Nelle celle, almeno negli istituti genovesi, non sono presenti frigoriferi individuali. I detenuti ricorrono a soluzioni di fortuna, congelando bottiglie d’acqua nei congelatori comuni per costruire piccoli frigoriferi artigianali in cui conservare gli alimenti. Inoltre, chi possiede un ventilatore deve versare un contributo di 1,50 curo al mese per il consumo di energia elettrica. È una scelta prevista dal regolamento, ma lascia comunque spazio a molte riflessioni”.

 

Le risposte devono andare oltre l’emergenza?

“Assolutamente sì. Durante l’estate diminuiscono molte attività trattamentali e ricreative. Il problema non è solo il caldo, ma anche il vuoto. Se vengono meno scuola, laboratori e incontri, le persone trascorrono molte più ore in cella. Frequentare un corso, partecipare a un cineforum o a un’attività culturale significa uscire dalla cella e vivere il tempo della detenzione in modo più umano”.

 

Che ruolo possono avere il volontariato e la società civile?

“Possono fare molto. Penso, ad esempio, alle iniziative estive organizzate dalla Comunità di Sant’Egidio o alle tante realtà che promuovono attività culturali, educative e ricreative. Sono segni concreti di una comunità che non dimentica chi vive in carcere”.

 

Un messaggio che richiama anche l’invito dell’Arcivescovo Marco Tasca a considerare il carcere parte della comunità. È questa la strada?

“Io credo che il carcere sia parte della comunità e ritengo sia un dovere considerarlo tale. Se smettiamo di pensarci, finiamo inevitabilmente per preoccuparcene sempre meno. Certo, non risolveremo da un giorno all’altro il problema del sovraffollamento. Ma possiamo fare molte cose concrete: distribuire i giornali nelle sezioni, installare distributori di acqua refrigerata, creare zone d’ombra nei cortili, organizzare attività durante l’estate. Sono interventi dai costi contenuti che possono rendere la detenzione un po’ più umana e far sentire le persone meno sole”.