di Erica Manna
La Repubblica, 5 agosto 2025
Nel 2023 uno solo per dieci detenuti tra tutte le case circondariali liguri. Ma nel secondo semestre del 2024 sono saliti a sette per 135 iscritti. Un corso solo: per dieci detenuti. Nel 2023, tra tutte le case circondariali liguri, è l’unico percorso di formazione professionale attivato e censito nei primi sei mesi dell’anno, con dieci iscritti. Nel secondo semestre non ne è stato attivato nessuno. È quanto risulta dai dati del Ministero: che certificano, in ogni caso, un leggero miglioramento. Nei primi sei mesi dell’anno scorso, infatti, sono stati avviati quattro corsi con 25 persone iscritte. Meglio nel secondo semestre: sette per 135 iscritti. “Una progressione che riflette un miglioramento - rileva Doriano Saracino, garante delle persone sottoposte a limitazioni della libertà personale - frutto dell’impegno di tanti attori: ci sono corsi finanziati dalla Regione, da Cassa delle Ammende e dai privati come Fondazione San Paolo”.
Perché la formazione, dentro, è la chiave per tenersi occupati: e avere la possibilità di un dopo, visto che la recidiva per chi lavora - stima il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) - scende fino a un tasso del 2%, a fronte dell’attuale 60%. Eppure, l’offerta formativa in carcere è ancora insufficiente: la rilevazione effettuata per il Cnel, infatti, a seguito del protocollo d’Intesa con il Ministero della Giustizia, mostra come le attività di formazione negli istituti liguri siano state realizzate con finanziamenti diversi: Cassa delle ammende, fondazioni, ma al di fuori dell’offerta formativa della Regione. Un quadro peggiore di quello del Piemonte: dalle circolari su attività scolastiche e corsi di formazione inviate dal Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria per Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, infatti, emerge che per anni in Liguria non è stata più svolta alcuna attività di formazione finanziata dalla Regione.
Fare scuola dentro - “Sulla formazione professionale, in Liguria c’è un vuoto. La Regione non ha attivato percorsi strutturati: c’è l’istruzione professionale statale, ma i percorsi quinquennali a volte sono poco compatibili con trasferimenti e movimenti dei detenuti”, racconta a Repubblica un operatore che lavora all’interno del sistema e preferisce rimanere anonimo. Nelle case circondariali sono attivi corsi di alfabetizzazione di primo livello: a Pontedecimo sono a cura del Cpia (centro provinciale di istruzione per adulti) Centro-Ponente, a Marassi del Cpia Centro-Levante. E poi, ci sono le lezioni degli istituti secondari di secondo grado: il Gaslini-Meucci si occupa dei corsi di ottico e di meccanico, il Vittorio Emanuele Ruffini di grafica (a Marassi) e tecnici a Pontedecimo, e così in tutta la regione.
I corsi professionali brevi sono possibili: svolti da istituti professionali di Stato in regime di sussidiarietà. Attivarli, però, non è semplice. Le difficoltà quotidiane tra i banchi, dentro, sono tante, come racconta chi lavora: “A Marassi, dopo le ribellioni di giugno a difesa del detenuto seviziato, l’area delle aule è stata devastata. In generale, dopo il periodo del covid, le amministrazioni penitenziarie hanno messo in atto un giro di vite. A fare la differenza sono i rapporti umani di collaborazione tra i tanti soggetti coinvolti”.
Le esperienze positive non mancano: a Marassi c’è il laboratorio di grafica nella sezione Alta sicurezza, convenzionato con la Bottega solidale. E poi, il recente accordo con il Centro di giustizia minorile che permetterà dall’anno prossimo di gestire i percorsi scolastici dei minori sottoposti a misure penali. Una delle battaglie del garante riguarda la certificazione delle competenze di chi è dentro: “Abbiamo attivato interlocuzioni con la Regione - spiega Saracino - vorremmo che Alfa, l’Agenzia regionale per il lavoro la formazione e accreditamento, attestasse le competenze che i detenuti acquisiscono attraverso percorsi brevi e professionalizzanti. Un documento poi spendibile fuori”.
Lavoro, poche occasioni - Si chiama Gol, il programma “Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori”, finanziato da Pnrr per favorire l’inserimento lavorativo. Negli istituti penitenziari, i centri per l’impiego stanno realizzando una profilazione dei detenuti per avviarli a tirocini all’esterno del carcere e ad attività lavorative. “Uno strumento utile - riflette Saracino - che è stato esteso agli altri istituti della Liguria. A Marassi una decina di persone ha trovato un impiego in questo modo, soprattutto nel giardinaggio, call center, ristorazione. Il programma in alcuni casi prevede anche formazione, ma se non ci sono i numeri sufficienti per avviare il corso, non parte. E a Pontedecimo il lavoro esterno al momento è fermo, ma dovrebbe ripartire anche con un corso per gelateria”.
La Legge Muraglia (193 del 2000) consente alle imprese di assumere detenuti fruendo di un credito d’imposta, all’interno degli istituti o all’esterno (in semilibertà). Come sta andando, in Liguria? Tenendo conto delle singole regioni dove hanno sede legale le imprese beneficiarie emerge che le aziende di Lombardia e Veneto assorbono oltre il 60 per cento delle risorse. La Liguria, con lo 0,7 per cento, è quintultima. L’anno scorso - mettendo in relazione i fondi concessi per ogni provveditorato con i detenuti presenti - emerge che la nostra regione ha ottenuto 88 mila euro di fondi nel 2025 (mentre ne aveva avuto 159 mila l’anno precedente). In pratica, 66 euro per detenuto.











