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di Erica Manna

La Repubblica, 15 luglio 2025

La ditta che si è aggiudicata l’appalto in Liguria fornisce colazione, pranzo e cena per 3,93 euro. Così i detenuti, se hanno il permesso, preferiscono cucinare in cella. Fare colazione, pranzo e cena con 3,93 euro. Cosa si potrebbe mangiare, fuori? Eppure, è quello che accade dentro: perché è questo il valore della diaria giornaliera a persona proposto dalla ditta che si è aggiudicata il servizio per le carceri liguri, a Chiavari, Spezia, Imperia, Sanremo, Marassi e Pontedecimo. Un ribasso del 30,97 per cento, per un lotto stimato 9 milioni e 550 mila euro. Tre euro e 93, Iva esclusa. “Ma con una diaria inferiore ai 4 euro giornalieri - incalza il garante regionale dei detenuti, Doriano Saracino - i problemi legati alla qualità del vitto, se non addirittura alla quantità, sono difficilmente eliminabili”.

Inizia da qui, da un piatto di minestrone che nei giorni di caldo torrido viene servito alle cinque del pomeriggio, dalla cena della domenica portata insieme al pranzo, la terza puntata dell’inchiesta di Repubblica sulle carceri liguri. E dai soldi, che i detenuti non possono materialmente tenere con sé: ma che sono necessari per acquistare il cosiddetto “sopravvitto”, che consente di comprare generi alimentari o di altro tipo compilando un modulo, il modello 72. E qui, i reclusi lamentano prezzi alti e disomogenei, la consegna di prodotti vicini alla scadenza o di prodotti congelati invece di quelli freschi.

Minestre ad agosto - Porzioni scarse. Zuppe, minestroni bollenti in estate: anche in sezioni dove i detenuti non sono autorizzati a utilizzare il fornelletto. “Sono tante le lamentele - racconta Saracino - per quanto riguarda la preparazione del cibo, i sopralluoghi nei vari istituti non hanno evidenziato particolari criticità, anzi: ho osservato attenzione e cura da parte dei detenuti addetti alla cucina, pulizia e rispetto delle norme igieniche”. Il punto riguarda porzioni e menù. E dunque, ci si arrangia in altro modo.

La cucina, naturalmente, dentro le celle non c’è. Eppure è qui che mangia la grande maggioranza dei detenuti: a colazione, a pranzo, a cena. Cucinano i pasti con un fornelletto da campeggio, sistemato di solito tra lavandino e gabinetto. “Una delle attività preferite all’interno delle celle è, per chi se lo può permettere, la cucina - ci racconta don Paolo Gatti, cappellano del carcere di Marassi da oltre vent’anni - è un modo per gustare un pizzico di libertà, affermare la propria identità, concedersi uno dei pochi piaceri consentiti. Dovendo garantire i pasti caldi, l’amministrazione penitenziaria ha previsto che ogni detenuto possa avere il necessario per scaldarsi il cibo: e per questo consente che il detenuto possa dotarsi a proprie spese di un fornelletto con bombolette di gas. Con queste minime risorse e le poche casseruole che si acquistano col sistema della “spesa”, alcuni mettono a frutto dei talenti culinari insospettabili. Ho ascoltato descrizioni di menù, specie in occasione delle feste di Natale e Pasqua, da fare invidia a ristoranti stellati. Ho assaggiato torte e pizze preparate in ingegnosi fornetti fatti con due piatti d’acciaio, uno sgabello e una coperta. Anni fa, quando il sovraffollamento era maggiore e le celle contenevano ancora 8 e non 6 detenuti, un detenuto preparava arancini di riso per tutti gli 80 compagni del piano”.

Il lusso del sopravvitto - Cosa cucinano dipende da quello che riescono ad acquistare. Ma c’è un problema: prezzi impazziti. A Marassi, il garante Saracino ha stilato una tabella dei prodotti disponibili sul modello 72. Qualche esempio di rialzi più eclatanti: l’olio extravergine di marca, passato dai 5,15 euro del gennaio 2023 ai 7,70 del febbraio dell’anno scorso. Ancora: il pollo fresco, aumentato del 46,5 per cento, il cous cous del 96,9 per cento. “Segnano invece significative diminuzioni prodotti come le uova, il caffè a marchio economico, le pile, lo shampoo - spiega Saracino - una dinamica disomogenea”.

“Una frase che spesso si sente ripetere all’interno è: la galera senza soldi è galera doppia - riflette don Gatti - l’istituzione ti fornisce vitto, branda, materasso, lenzuola. E ti presenterà alla fine il conto per il mantenimento. Per tutto il resto, devi pensarci tu. I volontari cercano di supplire fornendo vestiario e prodotti per l’igiene a chi non ha mezzi propri, uno sforzo enorme che non riesce mai a coprire tutto il fabbisogno. Se hai i soldi puoi comprarti cose necessarie e anche quel po’ di superfluo che ti allieta la vita, il gelato d’estate, la minerale gassata. Tabacco e sigarette, che rimangono la prima terapia antistress per tantissimi. I soldi consentono le telefonate all’avvocato o ai famigliari perché, per quanto tu abbia il diritto alla telefonata, te la devi pagare”. Ma di fatto come gestiscono il denaro i detenuti? “Non lo possono tenere con sé - spiega don Gatti - ancora nel 2006, all’inizio del mio ministero di cappellano, ho accompagnato in permesso premio dei detenuti che per la prima volta, al di fuori delle mura, vedevano gli euro.

Il denaro proviene da depositi dei famigliari, da eventuali pensioni o dallo stipendio per chi svolge un lavoro. Le somme sono accreditate su un conto personale interno, gestito dall’amministrazione. Da qui vengono scalati gli acquisti e le ricariche della scheda telefonica. Chi può, perché finalmente dopo mesi di attesa è stato ammesso al lavoro interno, manda soldi alla famiglia. O paga la parcella dell’avvocato”.