di Davide Varì
Il Dubbio, 27 giugno 2026
Ci sono sentenze che chiudono un processo ma aprono voragini giuridiche ed esistenziali. E sì che le due cose sono più legate e intrecciate di quanto si pensi. Quella sulla strage di Viareggio appartiene a questa categoria. Dopo diciassette anni la Cassazione ha scritto la parola definitiva su una tragedia nella quale morirono 32 persone. Mauro Moretti, settantatré anni, è entrato in carcere. Daniela Rombi, madre di Emanuela, morta dopo quarantadue giorni di agonia, ha detto: “Finalmente giustizia”. L’avvocata di Moretti ha replicato: “È una decisione vergognosa, Moretti è innocente”. Sembrerà strano, eppure si tratta di due frasi che si contraddicono solo in apparenza. Sono entrambe vere. Entrambe dolorose. La prima è la voce di una madre. Una donna che da vive con un’assenza che nessun tribunale, nessun giudice potrà mai colmare. La seconda è la voce di una difesa convinta che il proprio assistito stia pagando col carcere una responsabilità non sua. La giustizia è costretta a stare in mezzo. È il suo destino. Ma proprio per questo bisogna avere il coraggio di riconoscerne il limite.
Perché il carcere di un uomo di quell’età non restituisce una figlia di ventun anni. Non cancella quarantadue giorni di agonia. E non possiamo neanche provare a immaginare il dolore di una madre che assiste a 42 giorni di agonia di una figlia. Eppure la pena altrui non rimargina ferite emotive così profonde, non può in alcun modo consolare un padre, una madre, un fratello. Una condanna non ha il potere di schermare una sofferenza infinita. Ma, nello stesso momento, è altrettanto vero che uno Stato di diritto non può rinunciare ad accertare le responsabilità. Sarebbe la vittoria della fatalità, della deresponsabilizzazione. E sarebbe un’ingiustizia. E allora resta quella domanda che accompagna ogni grande tragedia collettiva: cosa chiediamo alla giustizia? Forse è proprio qui che si annida uno dei rischi del nostro tempo. Nel libro “Il diritto penale totale” (Il Mulino), Filippo Sgubbi descrive la progressiva affermazione di quello che definisce il “paradigma vittimario”. “La vittima è l’eroe moderno, ormai santificato”, scrive, osservando come il diritto penale contemporaneo tenda sempre più a essere guidato dall’emozione e dalla compassione.
Non è una critica alle vittime, tantomeno a chi ha perso una figlia o un figlio: come potremmo! È, piuttosto, un monito: quando al processo si chiede non soltanto di accertare responsabilità, ma anche di risarcire simbolicamente l’irreparabile, gli si attribuisce un compito che non gli appartiene. Il rischio, aggiunge Sgubbi, è che il processo finisca per essere chiamato a cercare colpe prima ancora che cause, trasformandosi nel luogo in cui il dolore collettivo pretende una compensazione che nessuna sentenza potrà mai offrire. Per questo colpisce il contrasto tra le due immagini che questa sentenza consegna al Paese. Da una parte un uomo anziano che si prepara al carcere proclamandosi innocente. Dall’altra una madre che dice: “Non c’è nulla da festeggiare, mia figlia non torna a casa stasera”. È probabilmente la frase più vera di tutta questa vicenda. Perché contiene insieme la “vittoria” e la sconfitta della giustizia. La vittoria è quella di uno Stato che non rinuncia a cercare la verità. La sconfitta è che quella verità, quando finalmente arriva, non basta mai. Arriva troppo tardi rispetto alla vita. Troppo tardi rispetto al dolore. Troppo tardi perfino rispetto alla pena.
La giustizia umana conosce il diritto, non la redenzione. Può attribuire responsabilità, non restituire affetti. Può infliggere anni di carcere, ma non risarcire il vuoto lasciato dalla perdita di una figlia. Ed è forse questa la lezione più difficile da accettare. Le vittime hanno diritto alla verità, al riconoscimento delle responsabilità, alla vicinanza dello Stato. Ma neppure la sentenza più giusta potrà trasformare il dolore in pace. Da oggi continueranno a convivere due sofferenze: quella di una madre che neanche stasera vedrà tornare a casa la propria figlia e quella di un uomo anziano che trascorrerà parte della sua vita dietro le sbarre. Nessuna delle due potrà mai cancellare l’altra. Ed è proprio qui che sta il limite della giustizia.










