sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 12 settembre 2026

Centottantanove istituti, 46.348 posti realmente disponibili, 64.791 persone dentro. Il tasso di sovraffollamento reale è al 139,79 per cento. È la fotografia scattata dall’Osservatorio penitenziario adulti del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale nel report analitico “Rispetto della dignità della persona privata della libertà personale”, firmato dall’avvocata Irma Conti, con raccolta e analisi dei dati a cura di Giovanni Suriano. Una fotografia datata 31 luglio. Da allora sono passati quaranta giorni buoni, e il documento si è già ingiallito. Partiamo da come il Garante costruisce il numero, perché lì sta il punto politico dell’intero documento. Il ministero della Giustizia ragiona sulla capienza regolamentare: 51.244 posti calcolati sulla carta. Il Garante applica invece il parametro della Corte europea dei diritti dell’uomo e conta i posti che esistono davvero, tolte le sezioni chiuse, i reparti inagibili, le celle fuori uso. Il risultato sono 4.896 posti che svaniscono. L’indice di affollamento passa così dal 126,44 per cento del calcolo ministeriale al 139,79 per cento del calcolo reale. Ad aprile era al 138. Un punto e otto decimi in tre mesi.

La geografia della pressione non riserva sorprese, ma la gerarchia sì. La Puglia sta al 180,56 per cento, il Molise al 167,05, la Basilicata al 161,15, la Lombardia al 158,15. Il Friuli Venezia Giulia, regione piccola e poco raccontata, viaggia al 153,75. Sotto la soglia del cento per cento resiste soltanto la Valle d’Aosta, con l’87,01. Sul piano dei singoli istituti il primato spetta alla casa circondariale di Lucca: 254,05 per cento. Dietro di lei San Vittore a Milano (225,47), Foggia (221,19), Latina (216,88), Lodi (206,98), Brescia Canton Mombello (204,95) e Arezzo (200). Sette istituti oltre il raddoppio della capacità reale. Altri 69 stanno tra il 150 e il 199 per cento. Ottantasei tra il 100 e il 149. Solo ventisette respirano.

Gli istituti che superano i mille detenuti erano nove ad aprile, a fine luglio erano undici. Poggioreale ne ospitava 2.287 su 1.357 posti disponibili: 930 persone in esubero in un solo carcere. Lecce 1.439 su 785, cioè il 183,31 per cento. Dentro questi numeri c’è una popolazione che il report descrive con precisione. Gli uomini sono 61.894, le donne 2.879. Gli stranieri 20.293, il 31,32 per cento, e di questi 17.586 sono extracomunitari. Le madri detenute con figli al seguito risultano 29, i bambini 34, distribuiti in sei regioni soltanto. Le persone in regime di 41 bis sono 745, quelle assegnate ai circuiti di alta sicurezza 9.417. L’ergastolo riguarda 1.899 condannati. Sul fronte anagrafico il report segnala 1.442 detenuti oltre i settant’anni e altri 2.030 nella fascia 65- 69: un invecchiamento che mette in discussione l’adeguatezza dei servizi sanitari interni e la valutazione dei presupposti per la detenzione domiciliare umanitaria. Quanto ai reati contestati, la categoria più numerosa resta quella contro il patrimonio con 37.346 posizioni, seguita dai reati contro la persona (29.627) e da quelli legati alla legge sulle droghe (21.920). L’associazione di stampo mafioso riguarda 9.595 detenuti.

Poi c’è il dato che dovrebbe far discutere più di ogni altro, e che invece passa quasi sempre sotto silenzio. I definitivi sono 45.213, il 69,78 per cento. Ma le persone in attesa di primo giudizio sono 9.002, gli appellanti 3.425, i ricorrenti 1.744: fanno 14.171 detenuti senza condanna irrevocabile, circa il ventidue per cento del totale. Uno su cinque, dietro le sbarre, è ancora presunto innocente. Sul fronte delle pene, il sistema punisce soprattutto pene corte. Le condanne da zero a tre anni valgono il 19,22 per cento, quelle da tre a dieci il 53,93. Ma il vero indicatore è la pena residua, il tempo che manca alla fine: 25.129 persone, il 50,69 per cento di chi è in esecuzione, hanno meno di tre anni davanti. Il Garante ne calcola l’impatto potenziale. Tolte le esclusioni dell’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, stimate intorno al 16 per cento, restano 21.109 persone teoricamente legittimate a chiedere una misura alternativa. Il documento parla di una stima conservativa, costruita sulla fascia 0-3 anni e non su quella 0-4. Ventuno mila persone. Il sovraffollamento nazionale, in numeri assoluti, è di circa diciottomila e cinquecento detenuti oltre i posti disponibili.

Il meccanismo a imbuto - Tra il 31 luglio 2025 e il 31 luglio 2026 sono entrate dalla libertà 43.351 persone e ne sono uscite 30.821. Differenza: meno 12.530. È il dato che spiega tutto. Il Garante lo definisce un fenomeno ad imbuto: l’accumulo annuale di circa dodicimila e cinquecento detenuti alimenta una spirale che si autoriproduce: saturazione degli spazi, programmi trattamentali svuotati, reinserimento più difficile, recidiva più probabile, nuova saturazione. Cinque regioni concentrano oltre il 64 per cento del deficit. Una sola chiude in positivo, la Valle d’Aosta, con un saldo di più 45. Le valvole di sfogo esistono ma tengono poco. Nello stesso periodo sono uscite in misura alternativa 19.354 persone, di cui 4.751 stranieri. I semiliberi sono 1.517 in tutta Italia, 363 stranieri. Le espulsioni di detenuti stranieri, strumento che una certa retorica politica indica come soluzione strutturale, sono state 451 su una popolazione straniera di oltre ventimila: un tasso del 2,3 per cento. Centodiciotto solo in Lombardia, una in Basilicata, una nelle Marche.

Anche i reparti a vigilanza dinamica, cioè quelli con le celle aperte durante il giorno, raccontano una prassi molto disuguale. Sono 533 in tutto il Paese e ospitano 14.924 persone, il 23,03 per cento. Nel Triveneto ci sta il 44,41 per cento dei detenuti, in Calabria il 4,83. Stessa norma, stesso ordinamento, applicazioni distanti dieci volte. Resta il problema della data. Il report è aggiornato al 31 luglio, e nel frattempo l’estate ha fatto il suo lavoro. Il monitoraggio quotidiano curato dal giornalista Marco Dalla Stella sul sito sovraffollamentocarcerario.it, che raccoglie ogni giorno le schede di trasparenza dei circa 190 istituti pubblicate dal ministero della Giustizia, al 9 settembre 2026 conta 65.894 persone detenute. Millecentoquattro in più rispetto alla rilevazione del Garante. I posti non disponibili sono saliti a 4.945, quelli effettivi sono 46.358 su una capienza regolamentare di 51.303. Il sovraffollamento reale tocca il 142,14 per cento. Il confronto annuale è ancora più netto: il 9 settembre 2025 i detenuti erano 63.239. In dodici mesi sono aumentati di 2.655.

Cambia anche la classifica degli istituti. Lucca è salita al 259,46 per cento, San Vittore al 227,69, Foggia al 223,78, Brescia Canton Mombello al 219,78. Regina Coeli, a Roma, ha superato quota mille detenuti e viaggia al 204,44 per cento con 1.151 persone per 563 posti. Poggioreale ha raggiunto 2.307 presenze. Gli istituti oltre il 200 per cento non sono più sette ma dieci, quelli tra il 150 e il 199 sono saliti da 69 a 72, mentre le strutture sotto capienza sono scese da ventisette a ventiquattro.

Un’ultima cifra che nel dibattito pubblico non compare quasi mai. In custodia attenuata sta appena 1,71 per cento della popolazione, 1.110 persone in tutta Italia. Sommandole alle sezioni ordinarie a trattamento intensificato si arriva a 25.744 detenuti, il 39,74 per cento. Tutto il resto, 39.047 persone, vive in sezioni ordinarie chiuse, alta sicurezza o 41 bis. Il Garante chiude la sezione sull’età con una frase che vale come avvertimento metodologico: la fotografia offerta dai dati, pur preziosa, è necessariamente statica. Infatti, quaranta giorni dopo, i nuovi dati cambiano scenario con millecento detenuti in più.