di Fabrizia Giuliani
La Stampa, 29 aprile 2026
È passato quasi un secolo, eppure la domanda che Liliana Segre deve sopportare resta la stessa: “Quando muori?”. È il 1938, l’anno delle leggi razziali; il padre le dice: “Non rispondere al telefono”. E perché mai, chiede la bambina, cosa può accadermi se arrivo per prima all’apparecchio in corridoio e prendo la cornetta? A cosa sono esposta? Lo scopre presto: non è una bambina che si limita a ubbidire. Corre e risponde, trova adulti - uomini e donne, specifica - che le fanno questa domanda, ossia le augurano di morire. Ci sono quasi riusciti, commenta con l’eleganza che la rende unica, che ha consentito alle sue parole di arrivare lontano e raggiungere anche chi non aveva alcuna disponibilità ad ascoltare i suoi racconti. Ci hanno provato, sì, ma non sono riusciti a ucciderla, la bambina disubbidiente che, come tutti i disubbidienti, cresce più velocemente degli altri. Impara che le parole, specie quelle dell’odio, non sono solo parole: colpiscono, feriscono. E poi, nell’esperienza del campo, capirà che accompagnano la vita senza mai separarsi da essa. Che a volte precedono l’esperienza: ciò che annunciano si realizza.
Novant’anni dopo deve affrontare la stessa domanda. Cambia il canale: non più il telefono ma la rete; cambia il mezzo: non più la voce ma la scrittura. L’odio, però, resta identico. Il messaggio attraversa indenne un secolo di storia, persecuzioni, guerra e sterminio; poi ancora guerre e nuovi stermini: la valanga trae nuova forza e si espande senza risparmiare nessuno, anzi. C’è stupore, incredulità nel suo racconto: “Mai avrei pensato”, dice. Invece. Invece siamo qui, alle prese con l’immobilità del male; meglio, con la nostra incapacità di combatterlo. Non mi riferisco solo all’odio antisemita, costante della storia, fantasma mai sopito e oggi molto vivo, che non va né strumentalizzato né trascurato, ma al fatto che questo sentimento, passione lucida e tutt’altro che improvvisa, sembra diventato l’unico linguaggio possibile, una grammatica capace di divorare tutte le altre. Il punto è qui e, senza voler in alcun modo relativizzare la specificità dell’allarme lanciato dalla Senatrice, credo sia tempo di rifletterci, senza scorciatoie, superficialità e moralismi.
Le parole, dicevamo. Scriveva Tullio De Mauro che ha dedicato la vita a studiarle, non sono tutto ma anche l’odio ha bisogno di loro. Cede terreno, però, la lingua quando ferisce, in qualche modo manca la sua vocazione che è confronto, riconoscimento, mediazione, assunzione del limite. Il contrario dell’annullamento dell’altro, obiettivo dell’odio. Non c’è stagione della tradizione filosofica che non abbia, in varie forme, ribadito il concetto. Eppure, sembriamo averlo dimenticato, la memoria sembra solo ingombro, fardello, non la condizione per creare gli anticorpi necessari ad affrontare presente e futuro. Oppure diamo la colpa alla rete, pensiamo la valanga sia nata lì, ma è un altro errore. L’odio può crescere diffondersi, viralizzarsi sulle piattaforme; offrire anonimato, deresponsabilizzazione, condivisione, ma non è lì che nasce.
Bisogna tornare dall’altra parte dello schermo, dove ci sono corpi, carne e sangue reali, dove diseguaglianza e incuria, inclusione ed esclusione sono esperienze reali. L’odio alimenta le guerre e ne è alimentato, ma non è invincibile. Per sconfiggerlo serve la politica: una politica che non ceda alla polarizzazione - ossia all’avversione - né alla semplificazione - ossia alla regressione. Serve una politica in grado di dare esempio di confronto civile, di ritrovare un respiro lungo, di vedere oltre il guadagno immediato. Solo una politica capace di riprendersi la parola - coltivarla, insegnarla, diffonderla - può spezzare la catena. Non c’è niente di immobile nell’odio, solo la nostra inerzia.











