di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 4 luglio 2024
Duemila ventilatori in 80 istituti con l’8 per mille. Don Gambelli, cappellano e ora arcivescovo: “Più aperti all’esterno, servono coraggio e fantasia. Non è solo per dare una mano concreta, dice, a sopportare il caldo in sé: che già fuori è ogni estate peggio, figuriamoci in carcere. “Ma poi c’è anche un fatto simbolico - spiega - perché in un ventilatore c’è comunque l’idea dell’aria. Che in carcere manca sempre, poiché è l’assenza stessa della libertà a essere soffocante. Così questo dono è anche un segno”.
Gherardo Gambelli è da pochi giorni arcivescovo di Firenze, dopo essere stato nell’ultimo anno cappellano del carcere di Sollicciano e, prima ancora, nelle prigioni di Mongo in Congo e di N’Djamena in Ciad. E questa è la sua riflessione sull’impegno della Chiesa per i detenuti e sull’atto solidale che la Cei ha appena realizzato in trenta istituti penitenziari italiani: la donazione di duemila ventilatori nell’ambito di un progetto battezzato “Semi di tarassaco volano nell’aria” coordinato dall’Ispettorato Generale dei cappellani delle carceri con i fondi dell’8 per mille e appunto col supporto della presidenza della Conferenza episcopale. I primi ottanta li ha consegnati personalmente il cardinale Matteo Maria Zuppi alla casa circondariale di Rebibbia il 12 giugno scorso.
Qual è il senso?
“Beh, in primo luogo c’è un proposito di aiuto concreto che si affianca all’impegno di vicinanza spirituale e umana svolto nelle carceri dai cappellani, cosi come da tantissimi volontari. Ma come dicevo c’è anche il segno di una volontà che sul carcere si apra una finestra, sia per chi sta dentro sia perché il mondo esterno comprenda l’importanza di entrarci a sua volta. Visitare i carcerati è opera di misericordia ma è anche un punto di contatto. Che può accendere in loro il desiderio di rispetto della legge e negli altri il rispetto per loro”.
Oggi sono 61mila, diecimila oltre la capienza…
“Il sovraffollamento è un dato drammatico. Ma io non dimenticherei la carenza sul fronte opposto: pochi agenti, pochissimi educatori, mancanza di formazione per affrontare quelle che certo sono difficoltà ma che vorrei chiamare le sfide di una realtà sempre più complessa. Risultato: sofferenza e frustrazione non solo tra i detenuti ma tra chi sarebbe chiamato a occuparsi di loro”.
Che serve, risorse a parte?
“Creatività, immaginazione, coraggio. Esempio: in un contesto con persone straniere e nazionalità in crescita costante sarebbe indispensabile come minimo una maggiore conoscenza dell’arabo. Delle lingue in genere. Più mediatori culturali. È dalla conoscenza che parte tutto. Il contrario produce ghettizzazione. Ed è sempre un danno”.
Ha esperienze diverse?
“A Firenze abbiamo una collaborazione consolidata con l’imam Hamdan Al Zeqri, un amico da molto tempo. Proporre iniziative di ascolto reciproco e di condivisione fa cadere tante barriere. Non è la soluzione, da sola non basta. Ma è il punto di partenza”.
Mai così tanti suicidi: 44 al 20 giugno, già dieci in più rispetto all’anno scorso…
“La globalizzazione dell’indifferenza, come la chiama papa Francesco, in carcere è moltiplicata. Il cappellano di Bologna l’ha sintetizzata con le parole di un detenuto che in realtà potrebbero dire in migliaia: nessuno mi chiede come sto”. C’è stata la riforma sulla giustizia riparativa. “E meno male. Ma mi sembra ancora poco praticata. La giustizia vendicativa purtroppo è più facile. Anche perché corrisponde all’imbarbarimento delle relazioni che vediamo fuori. Anche in politica il modello è lo scontro e non il confronto, l’avversario come nemico da eliminare”.
Il coraggio di cui parlava per cosa andrebbe usato?
“Per portare a chi sta in carcere due cose: bellezza e lavoro. Il potere educativo della bellezza è la strada che conduce le persone a confrontarsi con il giudizio della propria coscienza, che supera il valore di qualsiasi giustizia punitiva. E il lavoro è la porta necessaria per il reinserimento”.
Oggi vede segnali di attenzione su questi punti da parte della società?
“Nella società in genere purtroppo ne vedo pochi. Ma da parte dei giovani molti. Saranno gli ambienti che conosco io. Ma nei giovani, sì, questa attenzione la vedo. La speranza del mondo sta in loro, anche per chi è in carcere”.










