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di Andrea Riccardi

Corriere della Sera, 20 luglio 2023

Il cardinale Zuppi in visita a Kyiv, a Mosca e a Washington per cercare di riallacciare il filo di un dialogo che permetta finalmente di porre fine al conflitto in Ucraina. Papa Francesco è da tempo convinto che i conflitti in corso siano connessi tra loro. Spesso ha parlato di “guerra mondiale a pezzi”. Nel mondo globale, le crisi si comunicano con intensità: basta guardare alla vicenda del grano russo e ucraino, la cui mancanza rischia di affamare tanti Paesi. Del resto, con l’aggressione della Russia all’Ucraina, si è profilato un conflitto tutt’altro che locale, il primo in Europa dopo il 1945 (diverso dalle guerre a seguito della dissoluzione della Jugoslavia), con vasti coinvolgimenti e ampie ricadute. La posizione di Francesco è stata partecipe del dramma della popolazione ucraina, perché la guerra si combatte solo in territorio ucraino e sono gli ucraini a pagarne il prezzo. La Santa Sede e i suoi rappresentanti hanno presente chi è aggredito e aggressore.

Bergoglio, di fronte al conflitto, esprime un sentire analogo ai papi del Novecento verso le guerre, specie mondiali. La Santa Sede considera la guerra come “inutile strage”. Lo disse Benedetto XV, nel 1917, e gli valse l’accusa di minare il morale dei combattenti contro gli austro-tedeschi (tanto che gli fu attribuita una responsabilità sulla sconfitta di Caporetto). Pio XII, nel 1939, alla vigilia della guerra, di fronte a un Terzo Reich che stava per invadere la Polonia, si appellò al mondo per radio: “Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare”.

La visione di Francesco sulla guerra si trova nella Fratelli tutti: “Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato. La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male”. Nel cuore della guerra, la Santa Sede cerca vie di pace, certo una pace giusta, e persegue l’aiuto umanitario per alleviare i colpi della guerra sulla gente e sui combattenti. Lo fa sistematicamente nei conflitti.

In questa visione, s’inquadra la missione del cardinale Zuppi, iniziata a Kyiv, dove ha toccato il dramma umanitario del Paese, oltre che incontrare il presidente Zelensky. L’importante aiuto umanitario della Chiesa è un sostegno alla resistenza della popolazione ucraina. Il cardinale Krajewski, “ministro della solidarietà” del Papa, è stato sei volte in Ucraina con carichi e aiuti: “il Papa vuole essere vicino a chi soffre”“, ha detto. Poi Zuppi si è recato a Mosca, prima personalità “occidentale” in visita nella capitale russa. È stato ricevuto dal consigliere per le questioni internazionali, Ushakov, non da Putin. Il problema umanitario ucraino è stato al centro dei colloqui, anche su richiesta del governo di Kyiv. Mancava da tempo un confronto di livello tra governo russo e Santa Sede.

Il “viaggio” del cardinale, in nome del Papa e assistito dalla Segreteria di Stato e dalle nunziature, non si è fermato. La tappa a Washington non poteva mancare, anche per i rapporti storici tra Santa Sede e Stati Uniti, a partire dalla Seconda guerra mondiale e poi nel superamento della guerra fredda (nonostante la divergenza sulle guerre in Iraq). Gli Stati Uniti sono il capofila dell’aiuto all’Ucraina, ma hanno anche vigilato perché il conflitto non si allargasse, coinvolgendo il territorio russo e le armi atomiche. La prospettiva degli americani è sostenere il contenimento ucraino dell’attacco russo. La Santa Sede tende a ridurre i danni umani e a cercare percorsi di pace (non ancora individuati) per coniugare fine dei combattimenti, giustizia e sicurezza. Gli Stati Uniti, per il loro sguardo mondiale, sentono l’importanza della “global leadership” di Francesco e della Santa Sede. Lo ha mostrato il lungo e cordiale colloquio tra il presidente Biden e l’inviato del Papa.

Anche durante la Seconda guerra mondiale, gli Usa erano molto interessati a essere a contatto con il sentire della Santa Sede, più che a spingerla a schierarsi con loro, come invece facevano gli altri alleati. Come mostra la missione di Zuppi, la Santa Sede non è omologata agli altri attori internazionali, ma nemmeno neutrale: per questo ha la capacità di rappresentare un punto di vista, che all’inizio forse può sembrare un po’ distaccato da chi è coinvolto nel conflitto (anche settori cattolici), ma che ha un suo valore particolare. Lo dimostra l’interesse a ricevere l’inviato del Papa da parte dei Paesi visitati e da altri. Lo evidenzia il fatto che i governi interpellano su questa problematica la diplomazia vaticana. Sul lungo periodo, le visioni dei papi si sono mostrate di rilevante interesse, anche per la ricostruzione di rapporti fondati sulla fiducia e la sicurezza tra i governi.