di Clarida Salvatori
La Repubblica, 26 luglio 2026
Ammaniti: gli istituti di rieducazione sono già sovraffollati. “Aumentare le pene agli adolescenti non serve. A loro non interessa sapere che finiranno in un istituto di rieducazione, questa è un’ottica degli adulti. Bisogna ragionare e affrontare questi fenomeni in un altro modo”. A rileggere l’imputabilità dei minori tra i 14 e i 18 anni, approvata dal Consiglio dei ministri, è il neuropsichiatra infantile Massimo Ammaniti.
A quella età si può essere considerati alla stregua degli adulti?
“Quello tra i 14 e i 18 anni è un periodo molto particolare e non è omologabile a quello degli adulti. Nel momento in cui si riconosce la maggiore età a 18 anni evidentemente si pensa che fin lì gli adolescenti abbiano bisogno di cure, educazione familiare e scolastica: vivono cioè in una condizione di “minorità”. Nell’adolescenza avvengono grandi trasformazioni che riguardano i cambiamenti puberali, con un forte aumento degli ormoni. E questi spingono a comportamenti impulsivi, di opposizione, violenti”.
Cos’altro?
“Gli ormoni agiscono in particolare sul cervello emotivo che viene maggiormente attivato rispetto ai lobi frontali e prefrontali, dove vengono invece valutate le conseguenze delle proprie azioni. La rabbia degli adolescenti, la violenza, l’insofferenza, sono legate a questi processi. Non a caso, negli Usa i neurobiologi che studiavano il cervello furono contrari all’abbassamento dell’imputabilità perché sostenevano che quello degli adolescenti, essendo in via di trasformazione, non consente loro di valutare esattamente le azioni, di canalizzare le risposte emotive pulsionali e di programmare i propri comportamenti. Essere consapevoli di sé e del pericolo, così come il controllo, sono abilità che maturano completamente verso i 25 anni”.
Queste competenze a 14 anni quindi non si hanno?
“Sul piano psicologico, a 14 anni c’è il distacco dalle identificazioni infantili con i genitori e si crea una crisi di identità che porta a valorizzare se stessi con il tipico narcisismo: sentirsi grandi e importanti, mettersi in primo piano, li porta a sfidare le regole, avere comportamenti pericolosi, al limite, violenti. Questo spiega il perché spesso molti adolescenti girano con i coltelli”.
L’esperienza cosa insegna?
“Che tutti i provvedimenti penali per la sicurezza non servono molto. Faccio l’esempio di Caivano: nel 2019 erano 20.963 i minori indagati in carico ai servizi sociali, ma nel 2025 erano diventati 23.862, il 15% in più. Se i giovani venissero ritenuti imputabili finirebbero negli istituti di rieducazione, dove c’è un sovraffollamento che supera il 100% e dove educatori e psicologi sono insufficienti. Il rischio è che i ragazzi sconterebbero la pena ma ne uscirebbero criminali”.
Perché?
“Le bande di immigrati, i maranza, in queste strutture potrebbero incontrare quelle di italiani di periferia, e insieme diventare qualcosa di pericoloso. C’è bisogno di progetti sociali ed educativi che li allontanino dalla strada, di offrire qualcosa di diverso dal loro sentirsi emarginati e cercare di farsi valere con la violenza, la sopraffazione, i furti, le intimidazioni”.
E inasprire le pene non li aiuterà?
“Non aiuta a ottenere risultati e a rendere la situazione per la sicurezza pubblica meno pericolosa. Da parte di chi ci governa non possono esserci reazioni emotive che innescano la voglia di punire”.










