di Salvatore Merlo
Il Foglio, 9 giugno 2025
Il ministro Nordio alla Festa del Foglio. “Dopo la separazione delle carriere e la riforma del Csm, metteremo mano al codice di procedura penale”. Il reato di femminicidio, “un messaggio di attenzione”. Di recente noi abbiamo abolito il reato di abuso di ufficio che intasava i tribunali e ipotecava la serenità degli amministratori e ha alleggerito di molto il carico giudiziario. Poi ci sono invece delle situazioni dove non esiste una tutela e lì è giusto che intervenga la legge penale.
Faccio un esempio. L’occupazione abusiva di case, che era, ed è ancora oggi, un flagello per quelle persone che hanno comprato un appartamento, magari anche modesto, con i frutti dei risparmi di una vita, vanno un paio di giorni, o anche un giorno solo, fuori di casa, ritornano e se lo trovano occupato da degli abusivi. Premetto che, secondo me, fino ad ora sarebbe dovuta intervenire la magistratura perché si trattava pur sempre di violazione di domicilio aggravata. Però, poiché le cose non sono cambiate, è stato giusto secondo noi introdurre questo reato, proprio per dare la possibilità ai proprietari di casa di estromettere subito l’occupante abusivo e di riprendere possesso della propria abitazione.
Così le truffe agli anziani, le truffe informatiche. Fino a 10 o 20 anni fa i reati contro il patrimonio erano, per esempio, le rapine a mano armata in banca, che oggi sono molto diminuite per una ragione molto semplice: in banca non ci sono più denari perché è tutto dematerializzato. Mentre se un delinquente vuole agire, può svuotare il patrimonio, magari di una persona poco attenta, intervenendo sulla telematica e attraverso frodi informatiche. Per cui è una polemica piuttosto sterile. Per quanto riguarda l’innalzamento di pene, si tratta di innalzamento di pene edittali, quindi sta pur sempre alla magistratura applicare o meno le pene nel minimo o nel massimo.
Una critica che è stata fatta, per esempio, riguarda il reato di femminicidio. Addirittura c’è un appello di ottanta giuriste donne che hanno spiegato, in maniera verrebbe da dire geometrica, che non serve a niente perché sono reati già puniti. L’omicidio è punito, è punito con severità. E allora l’impressione, di queste giuriste ma anche di un cittadino che osserva, è che di fronte a dei fenomeni difficili da contrastare, delle forme di devianza sociale, la cosa più facile talvolta sia quella di reintrodurre un nuovo reato che si aggiunge e complica le cose ma dà un segnale, aumentare le pene, con l’idea che aumentare la pena possa essere un deterrente a compiere questo reato. Ma non è dimostrato in nessun modo. Si parla, infatti, di populismo penale, che è un argomento, o di panpenalismo, che lei nei suoi libri ha anche affrontato. Lei non criticava questo modo di condursi nel legiferare?
Allora io ho criticato e critico l’idea che la legge penale quanto più è severa, tanto più sia deterrente nei confronti dei potenziali criminali. Tant’è vero che, se questo fosse vero, nei paesi dove c’è la pena di morte i reati dovrebbero diminuire, mentre in realtà sono addirittura aumentati. Il significato del diritto penale non è tanto quello della deterrenza. È quello del messaggio che manda lo stato per quanto riguarda l’attenzione di fronte a certi comportamenti e a certi problemi che meritano una determinata tutela. L’introduzione del femminicidio, sappiamo tutti che per quanto riguarda la pena che sarà irrogata dal giudice, non è che cambierà moltissimo.
L’ergastolo c’era anche prima, adesso si deve fare più attenzione al bilanciamento con le attenuanti (ma insomma sono problemi tecnici, tanto l’ergastolo non esiste più in Italia, lo sanno tutti che dopo un po’ di tempo si esce quantomeno in libertà anticipata). Perché è stato introdotto il reato di femminicidio? Per dare un segnale culturale, per dire che una cosa è ammazzare una persona che può essere uomo, donna o neutro per varie ragioni (quindi si sopprime una persona, e lì c’è già il reato di omicidio, il 575 del codice penale). Il femminicidio invece è connotato dal principio che tu uccidi quella persona non in quanto persona, non perché hai un interesse, non perché aspetti un’eredità, non perché la odi, non per vendetta, ma in quanto donna. In quanto vuoi manifestare la tua superiorità, la tua prevaricazione, la tua frustrazione nei confronti di questa persona in quanto appartiene a un genere che tu ritieni inferiore, e sulla quale intendi esercitare il tuo dominio.
Ecco, questo è il punto. Noi abbiamo detto che in questi casi il reato di femminicidio, che deve essere appunto punito con l’ergastolo - anche se, ripeto, l’ergastolo di fatto lo sappiamo tutti che non esiste più - è un po’ come l’inferno, che c’è, ma è vuoto (dicono i teologi), però abbiamo dovuto e voluto mandare questo messaggio culturale, cioè che in questo modo la donna viene protetta in quanto tale, e il femminicida è punito non in quanto uccide una persona, ma in quanto uccide una donna in quanto tale. Quindi insomma non è una forma di debolezza. In realtà è una forma di attenzione. Però non mancano forze politiche e sociali nelle scuole, aiuti alle donne che denunciano i maltrattamenti, investimenti sulle case sicure, che sono tutte cose che forse potrebbero essere più utili di una legge che inasprisce una pena, per quanto sia un segnale.
I segnali a che servono alla fine? Ribadendo il concetto che la presenza di una sanzione penale è necessaria, ma non è assolutamente sufficiente, da sempre tutti noi che abbiamo studiato criminologia, a cominciare dal sottoscritto, diciamo che la legge penale, in quanto tale, non solo non risolve i problemi, ma nemmeno li riduce in modo significativo. Ma soprattutto in questi tipi di reati quello che conta è la prevenzione, e la prevenzione si fa attraverso l’educazione. Poi non ci si può aspettare dalla politica più di tanto perché la stessa scuola arriva in ritardo, quando si pretende che sia la scuola a insegnarti il rispetto verso l’individuo.
L’educazione del bambino avviene nei primissimi anni di vita e avviene in famiglia e non avviene con le belle parole, ma con le lezioni, avviene attraverso l’esempio. Quando io sono andato a fare, e lo faccio da trent’anni - lo facevo da magistrato - lezione o chiacchierate con i ragazzi dei licei sulla legalità, qualche volta esordivo dicendo: “Sono lieto dell’invito, ma preferirei piuttosto fare lezione ai vostri genitori”, perché è dai genitori che viene il primo input al ‘software’ di un bambino. Il carattere di un bambino si forma nei primissimi anni di età, e certo che serve la scuola, l’educazione sessuale, l’educazione al rispetto, l’educazione civica, l’educazione alla legalità servono. Ma se tu non insegni al bambino che di fronte a te non hai un antagonista, ma hai un fratello, che la prima cosa da rispettare è la personalità altrui anche quando è di sesso diverso o quando ha delle idee diverse o quando è di un’etnia diversa, ecco alla fine anche quando intervieni a scuola probabilmente è tardi.
Ecco lei prima diceva: i magistrati - faceva riferimento alle occupazioni abusive - sarebbero dovuti intervenire e non lo hanno fatto. Questo può aver impattato sul calo della fiducia, che viene registrato da tutti i sondaggi, degli italiani nei confronti della magistratura? Come se lo spiega questo? Allora io prendo atto con dolore, da ex magistrato e da magistrato (una volta che sei magistrato, rimani sempre magistrato nell’intimo). Quando sono entrato in magistratura alla fine degli anni 70 la magistratura godeva dell’85 per cento dei consensi. Quando io ho condotto proprio qui a Venezia l’indagine sulle Brigate rosse tra il 1980 e il 1982, il consenso delle persone era tra l’85 e il 90 per cento. Certo abbiamo avuto dei morti, eravamo visti un po’ come i salvatori dello stato. Però era una percentuale di credibilità altissima, adesso purtroppo siamo crollati.
Ora lei mi chiede perché. Io non credo che dipenda solo o principalmente dalle regioni che ha detto lei, sicuramente anche queste. Più in generale dipende dall’incertezza del diritto. Una volta la criticità maggiore era la giustizia lenta. E questa rimane certo, la nostra giustizia è una giustizia lenta, anche se, per merito anche della magistratura, i tempi si stanno riducendo con la telematizzazione, e abbiamo anche dei vincoli con l’Europa. Oggi i tempi dei processi si sono ridotti e si stanno riducendo, e di questo dobbiamo essere grati alla magistratura che lavora, lavora molto e lavora bene. Quello che invece, a mio avviso, può essere alla base di questa caduta è l’incertezza del diritto, cioè il fatto che, a parità di condizioni,
Tizio viene condannato di qua, Caio viene assolto di là, e poi magari dopo vent’anni si fa un altro processo e si rimette in discussione quello che è stato fatto vent’anni prima. Tutto questo disorienta il cittadino, che da un lato può anche prendersela con il legislatore, ma essenzialmente vede nel magistrato il responsabile di questa fonte di disorientamento.
E il caso Garlasco rientra in questa categoria. Cioè noi siamo di fronte a una persona che non si sa se è innocente o colpevole. Certamente è stato condannato. È stato assolto in primo grado. Assolto in secondo grado, riprocessato, poi condannato, si è fatto credo 16 anni di carcere in un complesso di indagine e di processi che sembravano fatti con i piedi...
Allora, premesso che sul caso Garlasco io sono stato interpellato varie volte e ho sempre detto e lo ribadisco qui che non intendo parlare del caso in sé, tra l’altro per principio non ho neanche voluto seguirlo, proprio come ministro della Giustizia. Sì, so com’è andata, diciamo molto a spanne. Però quello che conta è il principio: una persona che sia stata assolta in primo grado e assolta in secondo grado e poi venga condannata senza rifare dall’inizio il processo, è una cosa anomala. Noi possiamo condannare, dice la nostra legge, soltanto quando le prove sono al di là di ogni ragionevole dubbio. Come fai a condannare al di là di ogni ragionevole dubbio quando ben due corti hanno già dubitato al punto da assolvere?
Tutto questo è incompatibile con il processo anglosassone, che noi abbiamo introdotto quarant’anni fa ed è firmato tra l’altro da una medaglia d’argento della Resistenza, il professor Vassalli. Cioè se tu spieghi questo principio agli americani, agli inglesi, intanto non ti capiscono. E poi al massimo si mettono a ridere. Per loro è incomprensibile. E lo è anche per me. Ecco perché, al di là del caso Garlasco o meno, bisogna riformare la legge nel senso che dopo una condanna o tu rifai ex novo il processo, perché sono intervenute nuove prove, o perché ci sono dei vizi procedurali nel processo che si è svolto.
Ve lo dico perché, forse magari rubo un secondo in più, molti di voi non hanno un’esperienza giudiziaria, però poniamo un processo in Corte d’assise o davanti a un tribunale che dura un anno: i giudici vedono in faccia gli imputati, ascoltano i testimoni, i periti, gli interpreti, tutto quanto. Dopo un anno di dibattimento, di arringhe, ti assolvono. Poi l’incartamento telematico, o semplicemente cartaceo legato con lo spago, finisce in Corte d’appello o in Corte d’assise, e senza rifare quello che è stato fatto, o magari rifacendone in modo molto ridotto, semplicemente sulle carte, in sei ore la camera di consiglio ti dà l’ergastolo. Ora tutto questo è manifestamente irragionevole. Se io lo spiego a un americano, innanzitutto dubita del mio inglese, e poi mi dice che siamo diventati matti.
Ecco, su questo punto interverrete? Sarà impossibile fare appello dopo un’assoluzione?
Noi abbiamo proposto proprio questo: di eliminare la possibilità per il pubblico ministero di impugnare la sentenza di assoluzione. Per una serie di ragioni tutto questo è stato accolto soltanto per i reati minori. Erano ragioni più che plausibili, anche perché quando tocchi il codice di procedura penale in questi settori rischia di crollarti tutto addosso. Una cosa è certa: dopo la riforma madre di tutte le riforme che stiamo facendo, cioè la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere e sulla riforma del Consiglio superiore della magistratura, e sulla creazione dell’alta corte disciplinare, metteremo mano al Codice di procedura penale, e probabilmente anche questa sarà una riforma.
E questa mi sembra una notizia. Un’ultima cosa: lei ha preso la tessera di Fratelli d’Italia. Lei è entrato al governo come un tecnico, quasi un indipendente. Oggi lei è a tutti gli effetti un dirigente, un militante di Fratelli d’Italia?
Un dirigente del partito no, certamente un militante, ho preso la tessera e ne sono ben lieto. La grande soddisfazione è di vedere proprio l’avvicinamento che il partito, che magari vent’anni fa era bollato di una certa nostalgia per temi passati, oggi è a pieno titolo accolto in Europa con grandissimo prestigio. Questo è dovuto anche alla grande credibilità della nostra presidente del Consiglio. E si è sempre più avvicinato a quelle posizioni liberali, liberaldemocratiche che io ho sempre espresso anche nei miei libri. Del resto è significativo il fatto che la premier abbia scelto come ministro della Giustizia una persona che da trent’anni scrive di cose che stiamo cercando di riformare: la separazione delle carriere, la riforma dell’appello, il sorteggio del Csm. Son cose che io scrivo da trent’anni. Il fatto stesso che abbia scelto me vuol dire che il partito si è spostato su posizioni liberali.
Il tempo è scadutissimo. Perché i magistrati ce l’hanno tanto con lei? Un tweet, ministro...
Non è che ce l’hanno, ce l’hanno sempre avuta con me, e non i magistrati in quanto tali, ma i vertici del sindacato. Mi hanno chiamato i probiviri dell’associazione nazionale magistrati. Mi chiamarono nel ‘97, i probiviri, a render conto delle mie idee, che son quelle che esprimo adesso. Naturalmente li ho mandati al diavolo, non ci sono neanche andato. Poi naturalmente si sono acquietati. Certo, non possono vedere con simpatia uno che vuole il cambiamento radicale del Consiglio superiore della magistratura o la creazione di un nuovo istituto, come l’alta corte disciplinare, che diminuisce quel potere delle correnti del sindacato. Però le posso assicurare che moltissimi colleghi ed ex colleghi, sottovoce magari, dicono “guarda fai, bene vai avanti”. Le disfunzioni che sono state illuminate dal caso Palamara continuano al Csm secondo lei? Ma guardi, io sono molto amico del presidente Pinelli, al quale va il mio ringraziamento per quello che sta facendo, e anche per la sua opera molto difficile di riformare questo Consiglio superiore della magistratura anche sotto il profilo della sezione disciplinare. Mi rendo conto che stanno lavorando molto di più e molto meglio, però quello che è rimasto fermo nel Consiglio superiore della magistratura e non è ancora risolto, è il caso Palamara, che non è mai stato affrontato alla radice. Lo sanno anche i sassi che dietro c’era una montagna di polvere che è stata messa sotto il tappeto. Se il Consiglio superiore della magistratura volesse realmente acquistare credibilità, dovrebbe squadernare tutta la realtà del caso Palamara. Cosa che non mai fatto. Finché non lo farà, c’è sempre questo sospetto che le cose più di tanto non possano essere modificate, malgrado gli sforzi che sta facendo il presidente Pinelli.
Era inevitabile liberare Brusca?
Bè, sì, con la legge che c’è, sì. In questi casi io ho l’esperienza delle Brigate rosse. Noi abbiamo liberato, faccio un nome, Savasta, e tra l’altro credo sia anche deceduto, che aveva ucciso 10 persone. È stato liberato 10 anni dopo la condanna, anche prima, perché lo stato aveva fatto un patto, un do ut des, tu collabori e io ti libero prima. È un giudizio di convenienza, che con le Brigate rosse ha funzionato, con la mafia funziona, sia pure in modo molto diverso (il terrorismo era politicizzato, mentre la mafia ubbidisce a criteri completamente diversi). Però se lo stato fa dei patti, pacta sunt servanda.











