di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 giugno 2026
Archiviata la sesta indagine, ma sta per ripartire la settima grazie al meccanismo delle indagini eterne: tra omissis e paradossi logici, l’inchiesta sulle bombe del ‘93 si trasforma in un processo infinito che elude i limiti del codice. Il codice di procedura penale stabilisce una durata massima per le indagini preliminari, un limite temporale pensato per non tenere un cittadino sotto la scure dell’accusa a vita. A Firenze, ma non solo, questo principio si arena da decenni sulle stragi continentali, bloccato da un ingranaggio burocratico che azzera il cronometro. Si chiude formalmente un’inchiesta per assenza di prove e se ne apre immediatamente un’altra grazie a pagine coperte da omissis.
Questo meccanismo trasforma Marcello Dell’Utri e il defunto Silvio Berlusconi, l’imputato ombra, nei soggetti di un procedimento letteralmente eterno. La sesta archiviazione firmata dalla giudice Patrizia Martucci racconta esattamente questo schema ciclico. Il provvedimento prende atto della scadenza dei termini massimi a dicembre e certifica l’assenza di elementi sufficienti per formulare una ragionevole previsione di condanna. Le ipotesi investigative suggerivano che l’ex senatore avesse istigato Giuseppe Graviano a colpire il continente nel 1993, fungendo da indicatore dei luoghi per favorire la nascita del progetto politico di Forza Italia. Una tesi che alla prova dei fatti non ha mai trovato riscontri sufficienti a giustificare un processo.
Il documento di archiviazione si sviluppa in diverse pagine. Al suo interno, come emerso dalle cronache del Corriere Fiorentino, spiccano ben nove omissis, spazi vuoti che oscurano nomi e circostanze precise. Queste cancellature indicano in modo palese che la Procura fiorentina continua a lavorare sotto traccia. Il limite dei due anni svanisce nel nulla con una semplice manovra formale. I magistrati inseriscono nel decreto di chiusura alcuni frammenti coperti da totale segreto, aggrappandosi all’esistenza di soggetti anonimi che potrebbero aver raccolto confidenze. Viene citata, come riporta la stampa locale, l’audizione di Nunzio Samuele Calamucci, coinvolto nell’inchiesta milanese Equalize e ascoltato a settembre in relazione a un vecchio appunto degli anni Ottanta a firma dell’ex carabiniere Vincenzo De Marzio. Il resto della documentazione rimane avvolto nell’ombra. Quegli omissis diventano automaticamente l’innesco per l’apertura di un settimo fascicolo fotocopia. Gli avvocati difensori incassano l’archiviazione senza poter conoscere il materiale indiziario che sta già alimentando la nuova indagine. Il diritto alla difesa si scontra con una inaccessibile scatola nera, costringendo l’indagato a misurarsi con avversari invisibili in una partita senza fischio finale.
Il bipensiero processuale e l’enigma dei due suggeritori - Basta riprendere in mano le carte giudiziarie per notare la palese fragilità logica di questo impianto accusatorio. I processi storici sulle bombe di Firenze, Roma e Milano hanno ricostruito nei minimi dettagli la catena di comando e le precise modalità operative di Cosa Nostra. Le sentenze definitive hanno già spiegato compiutamente chi decise di colpire il patrimonio artistico nazionale e come si mossero i vertici mafiosi sul territorio. La narrazione che vorrebbe tratteggiare un Dell’Utri calato nel ruolo di spregiudicato suggeritore dei bersagli da colpire si sovrappone in modo innaturale alle verità storiche ormai cristallizzate nei palazzi di giustizia.
La contraddizione assume i contorni di un vero e proprio bipensiero processuale se si allarga lo sguardo all’intero panorama delle indagini sulle stragi. Mentre si continua a indagare sull’ex senatore come presunto ispiratore dei luoghi da devastare, un’altra inchiesta, condotta sempre dalla stessa procura fiorentina, si concentra con insistenza sulla figura di Paolo Bellini. L’ex esponente della destra eversiva, un faccendiere talvolta agganciato dalle forze dell’ordine per tentare la cattura di mafiosi o latitanti senza mai portare risultati utili, viene a sua volta inquadrato dai magistrati come l’uomo chiave che avrebbe fornito ai corleonesi l’input di attaccare i beni culturali e i monumenti dello Stato. Si delinea un quadro investigativo del tutto irrazionale, nel quale due figure diametralmente opposte e totalmente scollegate tra loro avrebbero svolto la medesima, identica funzione per conto della mafia siciliana. Lo scenario restituisce due presunti suggeritori per gli stessi identici bersagli, due entità distinte che avrebbero sussurrato le stesse elaborate strategie all’orecchio di Totò Riina. A questo si aggiunge la suggestiva narrazione sulle “donne bionde”, presunte agenti segrete deviate che avrebbero partecipato a tutte le stragi. Poco importa che i pentiti credibili, Gaspare Spatuzza in primis, che hanno preso parte alle esecuzioni, abbiano chiarito di non averle mai viste.
L’ombra eterna e la clessidra bloccata - Questo corto circuito logico mina profondamente le fondamenta dell’ipotesi di reato. Le decine di processi celebrati fino a oggi raccontano la storia di una Cosa Nostra autonoma nelle sue scelte stragiste, un’organizzazione criminale dotata di ramificazioni capaci di individuare con fredda lucidità i punti vulnerabili delle istituzioni. Introdurre a distanza di trent’anni non uno, ma ben due o tre soggetti esterni che avrebbero pilotato le menti mafiose forzando la mano sulle medesime dinamiche operative significa piegare i principi basilari della ricostruzione storica. L’indagine sembra avvitarsi su sé stessa, cercando a tutti i costi conferme a tesi narrative che finiscono inevitabilmente per annullarsi a vicenda. Il fondatore di Forza Italia resta l’obiettivo immobile di questa ostinata ricerca giudiziaria. Il decreto del giudice accenna in modo molto vago a persone ignote che avrebbero notizie estremamente riservate su Berlusconi, elementi descritti come mai veicolati prima d’ora alla magistratura. Voci indefinite e confidenze percepite a scoppio ritardato continuano a pompare ossigeno in un fascicolo che dovrebbe essersi fisiologicamente esaurito decenni fa. Marcello Dell’Utri sconta gli effetti di questa infinita caccia ai fantasmi. L’ottantaquattrenne ha interamente espiato la sua pena detentiva di sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. La sua complessa vicenda penale viene oggi utilizzata come un argomento per legittimare iniziative investigative senza alcuna reale scadenza temporale.
L’anomalia toscana, ma non solo, espone una profonda debolezza strutturale del nostro sistema penale. L’istituto dell’archiviazione perde la sua fondamentale funzione di garanzia a tutela dell’indagato. Smette di rappresentare la certificazione dell’infondatezza di un’accusa e si degrada a mera sosta tecnica necessaria per ricominciare l’inseguimento da capo. Di fronte al muro della mancanza di prove la macchina giudiziaria non si arresta, preferendo ripiegare strategicamente sulle zone d’ombra. Si “occultano” le carte con l’inchiostro nero per conservare il tacito diritto di riaprire il sipario all’alba del giorno seguente. Si crea uno spazio alienante dove l’imputato non arriva mai a un dibattimento pubblico per smontare le accuse, ma allo stesso tempo non viene mai sollevato dal peso insopportabile del sospetto. Un simile meccanismo procedurale trasforma l’accertamento penale in una condanna silenziosa, imprigionando la giustizia stessa in un fascicolo destinato a durare per l’eternità. Nel frattempo, la prossima settimana ci sarà udienza a Caltanissetta per discutere dell’ennesima archiviazione. Sempre nei confronti di Dell’Utri. Ma stavolta per le stragi di Capaci e di Via d’Amelio.










