a cura di Maria Corbi
La Stampa, 11 maggio 2025
In che mondo vogliamo vivere? Asserragliati nella fortezza, terrorizzati anche dal nostro vicino di casa, armati fino ai denti per difendere i nostri beni, diffidenti e capaci di vedere negli altri solo un potenziale nemico: è questo il mondo in cui vogliamo vivere? Da circa 12 anni noi di Ristretti Orizzonti avevamo lanciato una sfida: smettiamola di dire che “i mafiosi non cambiano mai”, facciamo in modo invece che gli venga voglia di cambiare, per i loro figli, per i nipoti, per il desiderio di diventare persone “perbene”, una bella espressione che fa capire che essere “a favore del bene” ti fa vivere meglio, è già quella una ricchezza. E così, avevamo chiesto di fare una sperimentazione: far lavorare insieme nella nostra redazione detenuti comuni e detenuti di Alta Sicurezza.
Se dovessi spiegare il senso di questa sperimentazione, preferirei farlo raccontando quello che ha detto ieri in redazione Salvatore: “Io sono nato nei quartieri Spagnoli di Napoli, non facevo parte di associazioni criminali, ma vivevo nell’illegalità, inseguivo i soldi facili, le rapine a portavalori erano la mia vita. Quando ho cominciato a frequentare la redazione di Ristretti, la cosa che mi ha colpito di più sono stati gli incontri con le scuole, e il vedere i miei compagni, alcuni che erano stati boss di organizzazioni criminali, parlare di sé, “mettere in piazza” i propri disastri, spiegare come avevano cercato in passato di attrarre le giovani generazioni e come alla fine avevano distrutto la propria vita e quella dei loro cari inseguendo il potere e il denaro. Per me, che ero cresciuto “a pane e malavita” guardando con rispetto ai boss criminali, è stato sconvolgente vedere proprio loro smontare i miti che mi ero costruito anch’io”.
Ecco, in questi anni noi di Ristretti ci siamo impegnati a smontare tutti quei miti che rendono tante volte le carceri una scuola di criminalità, più che un luogo di rieducazione. Ma ora ci è arrivata dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria la comunicazione che dobbiamo smantellare l’esperienza di condivisione del lavoro della redazione tra detenuti comuni e detenuti di Alta Sicurezza e tornare all’antico, i detenuti comuni da una parte, quelli dell’Alta Sicurezza asserragliati nei fortini delle loro sezioni, facendo a finta che si possa realizzare la rieducazione stando rinchiusi nelle sezioni, anzi nelle celle, e frequentando solo loro simili.
Non invidio chi sta creando questo mondo fatto di isolamenti e chiusure. Se c’è una cosa che ho imparato in questi anni di volontariato è che vive male chi intorno a sé vede solo dei nemici, e gli amici pensa di andarseli a cercare “nei piani alti della vita”, là dove si sta bene e si è tutti buoni. Agnese Moro, che ha avuto il padre ucciso negli anni della lotta armata, ci ha insegnato che nella vita “non bisogna buttare via nessuno”, Gino Cecchettin ci ha mostrato che, anche nella più grande delle sofferenze, si sta meglio a non coltivare l’odio... Non siamo degli ingenui, non pensiamo che sia facile, per le persone che sono cresciute nelle organizzazioni criminali, prenderne le distanze e sperimentare una cosa così poco di moda come “il piacere dell’onestà”. Ma ne abbiamo viste tante, di persone che sono cambiate, e la sfida vera è quella, non è costruire fortini per i “buoni” e stare lì dentro a difendersi dai “cattivi”.
Ornella Favero, Direttrice di Ristretti Orizzonti e Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia
Risposta di Maria Corbi
Cari lettori, pubblico questa lettera aperta di Ornella Favaro perché l’amore è un campo largo e non un’aiuola dedicata solo a due cuori. E penso che quando ci riempiamo la bocca di questa parola in realtà non ne conosciamo affatto il significato. Amore significa accogliere l’altro, dargli fiducia e anche raccoglierlo quando cade. Non è relegabile solo a una relazione passionale o familiare. Siamo un popolo cresciuto in un Paese cattolico, religione che mette al centro di tutto l’amore per il prossimo e il perdono. Ma anche chi va tutte le domeniche in chiesa, conoscendo le preghiere e la liturgia a memoria, si scorda spesso delle fondamenta della religione a cui si affida. Una lunga premessa per ragionare sul fatto che stiamo diventando persone che, come dice Favaro, vedono il nemico ovunque, con una rabbiosa propensione alla vendetta. Basta girare i canali della televisione, con tutti i talk show che parlano di casi dolorosi di cronaca, per rendersi conto di quello che sto dicendo. La frase più gettonata per i colpevoli, o presunti tali, è “metterli dentro e buttare la chiave”.
Che sia difficile andare oltre la violenza, la brutalità, il dolore, lo capisco. Ma ci si deve arrivare con la testa e metterci anche il cuore. I nostri padri costituenti hanno pensato a pene riabilitative, perché deve essere questa la missione dello Stato, ossia di noi tutti, ed è l’unico modo per migliorare la società. Invece troppe persone pensano che la pena debba essere in fondo solo una forma di vendetta, una punizione e non invece uno spazio di redenzione, di costruzione. E così anche le carceri, non importa se siano luoghi infami, dove i detenuti si affastellano uno sull’altro, privi di qualsiasi dignità. Eppure già Fëdor Dostoevskij diceva che “il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”.
L’inciviltà va combattuta con la civiltà, e l’odio con l’amore. Non è una strada facile e non è immediato comprenderne la necessità, ma sono certa che la lettera che abbiamo appena letta possa aiutarci a fare un salto, ad andare oltre, a capire che per estirpare il male occorre coltivare il bene, la pietà, l’umanità, l’amore.











