di Maurizio Martina
Corriere della Sera, 13 luglio 2021
Secondo il nuovo Rapporto della Fao, in un anno gli esseri umani in condizioni di denutrizione sono aumentati di 118 milioni. La fame nel mondo ha subito un drammatico peggioramento e oggi cresce purtroppo addirittura a un ritmo superiore rispetto alla popolazione del pianeta. Gli ultimi dati presentati in queste ore con il Rapporto 2021 sullo "Stato della Sicurezza alimentare e della Nutrizione nel Mondo" dal direttore generale Fao Qu Dongyu e da altre agenzie Onu delineano un quadro inequivocabile e molto preoccupante. Fino a 811 milioni di persone — circa un decimo della popolazione mondiale — vivono in condizioni di denutrizione, con un balzo di 118 milioni di persone in più in un solo anno. Più della metà, circa quattrocento milioni di essere umani, vivono in Asia, più di un terzo in Africa, circa sessanta milioni di persone in America Latina.
L'aumento più significativo si è registrato proprio nel continente africano dove circa il 21 per cento della popolazione viene considerata denutrita; una percentuale più che doppia rispetto a quella di qualsiasi altra regione del mondo. Nel complesso due miliardi e 370 milioni di persone, ben il 30 per cento della popolazione mondiale, non riesce ad avere un accesso adeguato al cibo in modo continuativo per tutto l'anno. Questo dato negli ultimi dodici mesi è aumentato tanto quanto complessivamente nei precedenti cinque anni. Si tratta di un'accelerazione impressionate.
Il peggioramento della malnutrizione è generale ma sono ancora una volta i bambini a pagare il prezzo più alto: il Rapporto stima che oltre 149 milioni di minori sotto i cinque anni siano rachitici, più di 45 milioni di bambini siano deperiti e quasi 39 milioni in sovrappeso. Inoltre, quasi un terzo delle donne in età riproduttiva ha sofferto di anemia. È bene ricordare che già prima della pandemia, a causa sopratutto dei radicali cambiamenti climatici in atto e dei troppi conflitti ancora aperti in tante aree del mondo, la lotta alla fame arrancava in modo significativo. Ci sono realtà come Haiti, Yemen, Sud Sudan in enorme difficoltà. Nel Tigray, al nord dell'Etiopia, più del 90 per cento degli abitanti ha bisogno di aiuti alimentare e proprio l'impatto della guerra è la principale causa degli enormi livelli di carestia di quelle popolazioni. L'emergenza sanitaria in questi mesi non ha fatto che accelerare in modo radicale le tendenze negative già in atto da tempo e che da più di un quinquennio hanno portato la fame a crescere ovunque. È questa una ragione in più per affrontare ora con forza questa sfida, passando all'azione e intensificando gli impegni concreti.
L'Italia con la sua presidenza G20 e con il prossimo vertice di Roma sui sistemi alimentari previsto a fine luglio proprio in Fao sta offrendo una strada utile per definire azioni realistiche e operative per la comunità internazionale. I fronti sono molteplici: dall'integrazione degli interventi umanitari con le politiche di sviluppo e di mediazione dei conflitti per evitare che le popolazioni coinvolte vendano anche i loro beni minimi in cambio di cibo, all'allargamento dell'accesso ai sistemi assicurativi per i piccoli agricoltori contro i rischi climatici, al rafforzamento dei sostegni economici ai produttori più vulnerabili contro la volatilità dei prezzi agricoli, all'apertura dei mercati in particolare per offrire spazi alle piccole e medie imprese fino al trasferimento tecnologico e all'uso dei sistemi di certificazione per le agricolture famigliari per migliorarne le condizioni. I sistemi alimentari e le loro catene del valore vanno rese più eque e sostenibili ora, nella consapevolezza che l'agricoltura è la principale fonte di sostentamento e di lavoro per le popolazioni più povere.
Il rapporto presentato in queste ore lancia un allarme molto chiaro: se non si inverte subito la rotta l'obiettivo Fame Zero entro il 2030 verrà mancato di oltre 660 milioni di persone, più dell'intera popolazione europea, e circa 30 milioni di loro potrebbero subire in modo duraturo gli effetti dell'emergenza sanitaria. Dietro a questi numeri ci sono persone, vite, intere comunità locali. Ci sono donne e bambini. Mancano nove anni al 2030. Sono un soffio per i tempi dei cambiamenti globali. Non possiamo sprecarli restando a guardare.
*Vicedirettore generale Fao











