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di Fiorenza Sarzanini

Corriere della Sera, 29 maggio 2025

Va tutelato il diritto dei cittadini coinvolti a non essere stritolati in un meccanismo che tutto travolge. Un colpevole per l’omicidio di Chiara Poggi c’è, si chiama Alberto Stasi. Lo ha deciso la Corte di cassazione con una condanna definitiva a 16 anni di reclusione che lui sta scontando dal 2015. È una sentenza che arriva dopo due precedenti assoluzioni e la stessa procura generale aveva espresso i propri dubbi sul fatto che fosse proprio lui l’assassino. Già questo basterebbe ad affermare che l’imputato non è stato condannato “oltre ogni ragionevole dubbio”, così come impone la legge. Ma anche se così non fosse, è giusto che ogni imputato tenti in ogni modo di dimostrare la propria innocenza, utilizzi qualsiasi appiglio per far riaprire il proprio processo e ottenere una revisione.

Altrettanto doveroso, anzi obbligatorio, sarebbe che i magistrati - qualora emergano indizi tali da cambiare quella verità giudiziaria - tornassero a indagare, esplorando tutte le piste tralasciate, rileggendo i documenti, analizzando nuovamente i reperti, ordinando nuovi esami, soprattutto se la scienza consente di arrivare a risultati diversi da quelli ottenuti in passato.

Esistono però regole che devono essere rispettate. Esiste soprattutto il diritto dei cittadini coinvolti a non essere stritolati in un meccanismo infernale che tutto travolge e stravolge in nome della ricerca della verità che dovrebbe invece seguire uno schema rigoroso e un riserbo assoluto. Quello che sta accadendo a Pavia fa invece scempio delle vite di persone che sono innocenti fino a prova contraria, di presunti attori e comprimari collocati nuovamente sulla scena del delitto. Da settimane si raccontano - sulla base di indiscrezioni, stralci di documenti, nuove consulenze, dichiarazioni di avvocati, esperti o presunti tali - imminenti novità della nuova indagine avviata dalla Procura cittadina.

Sono trascorsi 18 anni - era il 13 agosto 2007 - da quando Chiara Poggi fu uccisa nella villetta di Garlasco dove viveva con la famiglia. Le indagini, questo era chiaro sin dalle prime settimane, sono state segnate da ritardi, sbagli, forse anche depistaggi. Inciampi che possono aver pesato in maniera determinante sull’esito dell’inchiesta. La richiesta di revisione presentata da Alberto Stasi non è stata accolta. Ma questo non impedisce che, sulla base di elementi davvero nuovi, si possa avviare una nuova indagine. Il vero nodo riguarda le modalità e i tempi. Il riserbo è indispensabile quando si affronta un caso di questo genere, la cautela è obbligatoria.

Non si può, soprattutto a 18 anni di distanza, esporre all’attenzione dell’opinione pubblica le persone alimentando sospetti sul loro conto, senza avere elementi probatori nei loro confronti. E se invece questi elementi ci sono, sarebbe bene renderli noti assegnando ad ognuno l’esatto ruolo che potrebbe aver avuto nel delitto.

La legge consente di effettuare una discovery degli atti in momenti cruciali dell’inchiesta. Se quel momento non è arrivato si devono proteggere i nuovi accertamenti, e con essi i destinatari dei provvedimenti, con una riservatezza che non ammette deroghe. Compresa la richiesta di sottoporsi al test del Dna a persone non indagate oppure a rispondere agli interrogatori su elementi che siano stati acquisiti nel corso dei nuovi accertamenti. Migliaia di inchieste sono state segnate - e anche rovinate - dalle fughe di notizie. Ma altre migliaia si sono svolte nel segreto impenetrabile, senza che mai si sapesse nulla di quanto stava accadendo sino a quando i magistrati non hanno deciso se sollecitare un processo oppure l’archiviazione.

In queste settimane abbiamo assistito invece a uno spettacolo indecoroso con avvocati che si fronteggiano a favor di telecamera addirittura davanti al palazzo di giustizia oppure utilizzano i social come un qualsiasi influencer, periti che anticipano l’esito delle consulenze, vecchi e nuovi investigatori che veicolano informazioni con il chiaro intento di condizionare gli accertamenti. E forse regolare conti che nulla sembrano aver a che fare con la ricerca della verità. Un “circo mediatico”, orribile definizione, che evidentemente più d’uno ha interesse a foraggiare. È la procura di Pavia a dover fermare questa sceneggiata. Il capo dell’ufficio possiede gli strumenti giuridici per poterlo fare. Anche per non esporre la sua indagine a possibili strumentalizzazioni politiche sul funzionamento della giustizia. Una presa di posizione indispensabile per non far aleggiare l’atroce sospetto che si spari nel mucchio sperando che alla fine qualcuno cada nella rete. Si tratta di un atto necessario per il rispetto che si deve alla vittima di questo omicidio e ai suoi familiari. E per dimostrare che davvero si vuole fare chiarezza.