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recensione di Davide Madeddu

Il Sole 24 Ore, 19 febbraio 2024

Suor Emma Zordan è in libreria con “Ristretti nell’indifferenza, Testimonianze dentro e fuori il carcere”, con la prefazione del cardinale Matteo Maria Zuppi. Uno squarcio al velo dell’indifferenza. E un libro per raccontare il mondo che in tanti preferiscono non guardare, né capire, voltandosi dall’altra parte. Facendo quasi finta che proprio quel mondo, l’universo di chi ha sbagliato e ora vive ristretto, non esista. Suor Emma Zordan questo velo ha cercato di strapparlo con il suo “Ristretti nell’indifferenza”, testimonianze dentro e fuori il carcere (144 pagine iacobellieditore, 15 euro) con una prefazione del cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Viaggio tra reclusi - Un viaggio tra reclusi in cui, senza voler cancellare colpe e responsabilità di chi ha sbagliato commettendo reati, si guardano le persone. Detenute e detenuti che dietro le sbarre non solo cercano di saldare il conto con la società ma anche con quella che è una pena aggiuntiva non scritta: l’indifferenza.

L’indifferenza che, come scrive nella prefazione il Cardinal Zuppi “fa male”. E Suor Emma, con questo viaggio, cerca di scardinare anche quel luogo comune che vorrebbe il carcere quasi come una discarica sociale e guarda oltre in un orizzonte dove, per usare le parole del presidente della Cei, “la società civile, il territorio, le associazioni, le parrocchie interagiscono positivamente, non sono indifferenti”. Nelle 144 pagine di questo libro non c’è pietismo, ma la necessità di sottolineare che dietro le sbarre c’è un’umanità. “Questi nostri “ristretti nell’indifferenza” riconoscono di aver sbagliato - scrive Suor Emma nella presentazione-, ma vorrebbero non essere considerati scarti della società, gettati, come oggi si usa, nell’indifferenziata. Sentono fortemente, nonostante il reato commesso, di essere persone e come tali di avere diritto a essere trattati con umanità”. Le diverse voci che animano il libro raccontano un microcosmo che deve fare i conti, oltre che con le ristrettezze degli spazi e delle grate alle finestre, anche con i servizi che non bastano, con la carenza di personale, i pochi educatori.

Un luogo dove, molto spesso, a colmare le lacune sono i volontari. “Per i detenuti parlare d’”indifferenza” non è stato né facile, né semplice, scrive Suor Emma. Ci sono voluti tanti momenti di condivisione, di partecipazione, per arrivare alla convinzione e renderli consapevoli che bisognava parlarne. È stato necessario aprirsi, liberarsi, raccontare le tante occasioni di umiliazione, di rifiuto, di noncuranza che si aggiungono alla dura pena del carcere che, a volte, è più afflittiva che educativa”.

Da qui la voglia di dare voce a quelle esistenze: “Raccontare per informare, far conoscere per capire quanto l’indifferenza sia una sofferenza, forse più della perdita della libertà - scrive ancora -. È la dignità della persona a esserne compromessa e distrutta, è la persona stessa a essere annullata senza un minimo di comprensione, di pietà”. Persone, appunto, come sottolinea ancora Suor Emma che da anni si occupa di fare volontariato al carcere di Rebibbia, attivando laboratori e portando avanti iniziative. “Comprendo che fino a quando non si entra e non ci si trattiene del tempo dentro l’istituzione carceraria, è difficile capire effettivamente di cosa si parla quando si descrive la condizione di vita di un detenuto. Per questo in carcere bisogna entrarci, visitarlo, incontrare, conoscere i ristretti stessi e accorgersi di quanta differenza ci sia invece negli occhi di chi riesce a intraprendere un percorso riabilitativo e di pena alternativa, in grado di gettare le fondamenta per l’uomo di domani”.