di Vittorio Coletti
La Repubblica, 1 febbraio 2021
L'assurda condanna della sindaca di Torino per la ressa, il morto e i feriti provocati dal panico deliberatamente provocato da alcuni malfattori in piazza S. Carlo, quasi l'Appendino fosse, dal punto di vista legale, una loro complice, ha suscitato un giusto sconcerto e fatto ricordare a molti che, in questi giorni, l'ex sindaca di Genova, Marta Vincenzi, condannata per l'omicidio (colposo) delle sei vittime dell'eccezionale alluvione del 2011, inizia il suo percorso penitenziale per espiare in qualche opera sociale una colpa che il diritto le ha attribuito in tutta legalità, ma a scapito del buon senso e della ragione.
Persino il pm di Torino sembra avere avuto perplessità nel chiedere la condanna dell'Appendino e certamente ne ha avuta un alto magistrato genovese, che aveva svolto un ruolo importante nei processi territoriali alla Vincenzi, quando mi ha detto che, a normativa vigente, c'è da chiedersi chi abbia ancora il coraggio o la sventatezza di fare il sindaco. Il diritto dei tribunali sta soffocando la società che vorrebbe proteggere e la consegnerà, andando di questo passo, a degli sprovveduti che si prenderanno responsabilità politiche solo perché non avranno né coscienza né intelligenza, e magari né arte né parte. Se si verifica un evento calamitoso, col senno di poi si scopre sempre che qualcosa non ha funzionato e quindi non ci sarà mai tragedia naturale, grave incidente o disastro, che non possa essere imputato anche a qualche falla nel comportamento degli amministratori di turno. Qualche volta sarà davvero così, ovviamente; ma ora, per un sindaco, lo è sempre e a prescindere, in virtù della sua posizione di garanzia. Il legislatore ha paura dell'impopolarità e tace di fronte a queste assurdità; preferisce assecondare la passione collettiva per il capro espiatorio, specie se molto in vista. Troppi operatori del diritto assecondano questa deriva populista, che assicura notorietà e, a volte, persino carriera.
Vincenzo Roppo, uno dei grandi giuristi genovesi, ha concluso il suo splendido "Racconto della legge" auspicando un diritto mite, non perché indulgente, ma perché consapevole dei propri limiti, del dovere, in certi casi, di ritirarsi e tacere. In questi giorni, si legge che la procura di Savona ha chiesto l'archiviazione delle indagini per il crollo di un pilone sulla A6 dovuto a una frana proveniente da un punto assai distante dalle fondamenta del viadotto interessato dal cedimento. C'è da chiedersi: poiché chiunque, anche a occhio nudo, poteva vedere che in quel caso l'autostrada non c'entrava, perché spendere tempo (con l'intasamento che c'è nei tribunali), denaro (perizie ecc.) per un'iniziativa che il buon senso avrebbe archiviato in partenza, tanto più che, grazie a Dio, nel crollo non c'erano state vittime?
Il fatto è che gli agenti del diritto tendono ad occupare ogni angolo della realtà, specie se mediaticamente ben esposta, e decidono persino, lo abbiamo visto qualche giorno fa qui in Liguria, sulla riapertura delle scuole. Se non ci pensano gli addetti ai lavori a far scorpacciate di iniziative legali dubbie o inutili, li rifornisce di argomenti per promuoverne di nuove la gente comune, che sporge denunce e presenta esposti per qualsiasi cosa. È di questi giorni la lodevole decisione di una GIP di Genova di archiviare le denunce per diffamazione sporte dall'infettivologo Matteo Bassetti, che aveva querelato chi aveva sollevato pubbliche riserve sull'abbinamento della sua immagine professionale alla pubblicità di aziende private.
La sentenza di archiviazione della giudice è piena di buon senso e induce a chiedersi perché si ricorra alla magistratura anche in casi così piccoli e inconsistenti, affidando alla legge il compito di proteggere non già il proprio onore (cosa doverosa, se a uno si attribuisce falsamente un illecito), ma la propria suscettibilità (notoriamente molto soggettiva). Ci vorrebbe una rivoluzione culturale nel mondo del diritto, nella legislazione e nella giurisprudenza. Se non saranno gli stessi magistrati e avvocati a reintrodurre la ragione nei loro territori professionali ("a chi non ci è abituato dobbiamo ormai sembrare tutti dei matti", ha detto un'importante avvocata genovese), prima o poi ci penserà qualcuno che non cercherà l'equilibrio della giustizia, ma l'impunità del potere.











