di Enrico Deaglio
La Stampa, 29 aprile 2023
Per i giudici non c’è mai stata. Ora bisogna chiedersi: chi ha favorito l’abbaglio? E soprattutto, perché? Ma non è, per caso, che tutto questo ventennale processo cosiddetto della “trattativa stato mafia”, si potrebbe configurare come un altro colossale depistaggio? Cioè: non è che si sono inventati questo giocattolo per distoglierci da cose che ci avrebbero fatto paura? Certo, è una tesi ardita; ma è anche giustificata dalla clamorosa sentenza della Cassazione dell’altro ieri; in pratica, i Supremi Giudici hanno informato gli italiani che l’infame scambio, il turpe complotto che ha unito Istituzioni, Quirinale, Carabinieri e Cosa Nostra non è mai esistito. Per capirci, non è che non è stato provato; no, era proprio una balla. E di quelle rudimentali, grossolane, che avrebbe essere dovuta fermare in culla.
Peccato, perché c’eravamo appassionati tutti: al papello, a Massimo Ciancimino, al signor Carlo, alle telefonate dal contenuto “indicibile” tra l’ex ministro Mancino e il capo dello Stato Napolitano; al “tritolo che è già arrivato” per il giudice Nino Di Matteo.
E lo Stato, quello della trattativa, quello della mafia - lo Stato Mafia, ci piaceva chiamarlo così - non gli dava il bomb jammer, che sarebbe un congegno sofisticatissimo, costoso ma necessario, l’unico che poteva salvargli la vita. E in tanti marciavano: Bombjammer! Bombjammer! Dategli il bomb jammer!
Riassumo ora, per quanto è possibile, una cronologia essenziale. Uccisi Falcone e Borsellino, con l’esercito in Sicilia e la lira che crolla, bisogna far qualcosa; la polizia trova un colpevole per la strage di via D’Amelio, un ragazzo di quartiere che ha fatto tutto da solo (primo depistaggio) e i carabinieri non sono da meno; arrestano nientemeno che il Capo dei Capi, ma in casa sua non toccano niente e anzi la signora Riina riceve le sue pellicce a Corleone (secondo depistaggio). Intanto scoppiano bombe in tutta Italia e il New York Times scrive che l’Italia è sull’orlo del colpo di stato. Per fortuna però arrivano le elezioni, perdono i comunisti, vince Berlusconi e tutto finisce: bombe, morti, mafia.
In questo contesto di pacificazione, più o meno nell’anno 2009, il giovane figlio di un defunto ricchissimo boss, Vito Ciancimino (storico anello di congiunzione tra corleonesi, carabinieri e grossi industriali) ha lasciato ai figli un notevole patrimonio, frutto del suo lavoro di consulenza (pare una miliardata di euro), su cui l’Antimafia sta ficcando il naso. Ed ecco che allora, che il giovane figlio di don Vito, Massimo, detto Massimuccio, che negli anni d’oro girava in Ferrari facendo lo sbruffone, diventa un “collaboratore di giustizia” e racconta ai pm di Palermo delle enormità che a loro piacciono molto; in cambio chiede solo che gli lascino vivere la sua vita: diventa, come si suol dire, un’icona dell’antimafia.
Dunque Massimo racconta che suo padre e i carabinieri del Ros hanno trattato cose ignobili: in cambio dell’arresto di Riina, lo Stato ha accettato di rimettere in libertà dei pericolosissimi boss, ha lasciato libero Provenzano, ha incaricato un certo “signor Carlo” di coordinare criminali e bombe. Borsellino aveva intuito quello che stava succedendo, si era opposto e per questo è stato ucciso. Avete capito bene: dallo Statomafia.
C’è anche una prova della trattativa, un “papello”, un elenco, scritto a mano da Riina proprio, con le richieste di Cosa Nostra allo Stato. Viene prodotto il papello, sembra vero, è scritto a mano, contiene dodici punti; in pratica Cosa Nostra chiede la revisione del maxi processo, di avere indietro i suoi soldi, di fare una nuova legge sui pentiti, di abolire le carceri speciali. Ma quello che colpisce è il dodicesimo punto: Riina chiede “la defiscalizzazione della benzina in Sicilia (come ad Aosta)”. Ecco, secondo me, chi si è inventato il dodicesimo punto è un genio, un vero statista. Peccato, però, che il papello sia falso.
È fasullo anche il signor Carlo. Massimo dice che suo padre gli aveva detto chi era, anzi che l’aveva proprio scritto e messo in cassaforte. Lo trova, il nome è quello del capo della DIA Gianni De Gennaro, però scritto da Massimo con i trasferelli. Viene denunciato per calunnia, ma i pm non perdono fiducia in lui. Tutto il resto è solido, dicono, la sua è stata “ansia di prestazione”. Già, ma chi gli aveva suggerito di scrivere il nome del capo della DIA?
Ma l’apice del dramma viene raggiunto con “le telefonate del presidente”. Siamo nel 2011 e la procura di Palermo mette sotto controllo il telefono dell’ex ministro degli Interni (ed ex presidente del Senato, ed ex vice presidente del CSM) Nicola Mancino, che sospettano di aver loro mentito. Le intercettazioni (prorogate dal Gip ogni quindici giorni) durano sei mesi e si scopre che Mancino il Chiacchierone ha telefonato 9.225 volte per un totale 41mila 827 minuti, senza dire niente di rilevante. Ma ci sono anche 19 minuti complessivi (quattro telefonate) in cui parla con il presidente Napolitano - suo vecchio amico - in occasione del Natale e di Capodanno. Siccome non siamo in Paraguay e da noi non si può intercettare il Presidente, il Quirinale ordina la distruzione dei nastri registrati. E qui parte una folata di follia tutta italiana. Si sparge come il vento nel deserto la voce che in quei diciotto minuti ci sia la prova che il presidente abbia dato l’ordine di uccidere, o qualcosa del genere; un segreto innominabile. Di Pietro: “Io spiccherei un mandato di cattura”, Beppe Grillo lo paragona al Padrino, Il Fatto Quotidiano raccoglie in pochi giorni 150.000 firme a sostegno della procura di Palermo e nel settembre 2012 in una cerimonia pubblica dal sapore mistico le consegna ad Antonio Ingroia, Nino Di Matteo e all’ex procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli in un clima di grande emozione resistenziale e costituzionale. Il comportamento di Napolitano è la prova - secondo Il Fatto - che la trattativa c’era davvero stata. E giù un profluvio di libri, spettacoli teatrali, speciali televisivi, appelli, cortei; Sabina Guzzanti, Michele Santoro, Marco Travaglio, Beppe Grillo e tutta la compagnia di giro, fino alla candidatura di Ingroia alle elezioni politiche, con la lista “Rivoluzione Civile”, che però andò malissimo.
Ma appena la coraggiosa indagine cominciò ad affrontare i giudizi veri, cominciarono i guai; gli imputati venivano tutti assolti anche se i capi di accusa venivano ridimensionati. La procura di Palermo fece capire di essere in pericolo, Beppe Grillo ordinò al suo partito di esporre gigantografie del giudice Di Matteo in tutti i comuni conquistati dal Movimento Cinque Stelle. E così successe, la Roma dell’indimenticata Virginia Raggi per prima.
Poi cominciò a chiarirsi un po’ lo scenario. Apprendemmo, seppure a spizzichi e bocconi, che tutta l’indagine sull’omicidio Borsellino era stata depistata fin dall’inizio, per proteggere i veri colpevoli. Che anche l’arresto di Riina non era andato come ce lo avevano raccontato. Che i giudici coinvolti in quelle indagini erano gli stessi che poi si erano inventati la “trattativa”; che la procura di Palermo e quella di Caltanissetta avevano - volutamente? - dimenticato di indagare sugli “appalti” e sugli industriali, su clan rimasti nell’ombra come quello dei Graviano, su suicidi eccellenti mai indagati nelle carceri, sui connubi tra ‘ndrangheta, Cosa Nostra e servizi segreti che cambiano tutti gli scenari.
Nel ringraziare la Corte Suprema che ha posto fine a questo strazio, torna di attualità la domanda del mio amico: non sarebbe il caso di indagare su chi ha portato avanti, per una ventina d’anni, il processo della trattativa? È stato per iattanza, per incuria, per carriera, o per malafede? C’è qualcuno, un coraggioso, che può farcelo sapere? Non succederà, c’è da starne sicuri. Quasi quasi dispiace che sia finito tutto.











