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di Gianluca Iovine

Il Dubbio, 24 ottobre 2026

Neppure nella Capitale, del tutto distratta dalla sua rutilante Festa del Cinema, è stato facile trovare un cinema che, a un orario congruo, proiettasse “Zustìssia”, opera prima di Francesco Piras, sceneggiata da Lisa Nur Sultan e Niccolò Gentili adattando il libro “Io sono innocente”, che Beniamino Zuncheddu ha scritto insieme al suo legale Mauro Trogu. Ancora una volta, prevalgono però logiche distributive imperscrutabili, che preferiscono premiare sentieri già battuti, piuttosto che rischiare su un titolo come quello interpretato da Michele Riondino.

Aver trovato il film tra le pellicole proposte dal cinema Eden indica coraggio nella gestione della sala e grande rispetto per il pubblico. E Zustìssia è un buon film, conseguenza naturale d’una storia di malagiustizia attuale e incredibile nella sua verità. Seppur si tratti di un film biografico, la singolarità dell’esistenza narrata ghiaccia ogni identificazione, giacché a nessuno di noi verrebbe in mente di condividere 33 anni di carcere senza aver commesso il fatto. Il dramma di Beniamino Zuncheddu, inizia a fine febbraio del 1991. Sono gli ultimi anni dei sequestri ma anche quelli delle faide tra pastori, e la storia, che parte minimalista, ben presto assume i contorni di una tragica metafora universale.

Ecco quindi che i confini fisici e culturali del borgo di Burcei e del Cagliaritano si dilatano abitando le coscienze di molti, sotto forma di lenzuola bianche stese come bandiere di resa, nella rappresentazione grafica dello sdegno di un intero popolo contro l’ingiusta detenzione di un innocente. Il film, nella direzione di Piras, utilizza attrezzi pastorali, bestiame e paesaggi rurali come riferimenti vivi del racconto. Il regista punta a una semplicità che stride con la solennità romana e con un modo di amministrare la giustizia che talvolta appare privo di ogni equità sostanziale. Il racconto, dopo una cesura narrativa, ricomincia nel 2016, quando, dopo l’ennesimo abbandono della difesa, un giovane avvocato decide di impegnarsi pro bono a cercare la verità processuale in una vicenda apparsa fin da subito piena di inspiegabili mancanze e oscurità.

La storia di Zuncheddu, accusato di aver assassinato tre membri della famiglia Fadda nella famigerata strage di Sinnai, a tutt’oggi sembra non aver meritato le scuse e l’indennizzo dello Stato, aprendo però la strada a una legge che possa in futuro normare l’errore di magistrati e forze dell’ordine e quantificare il dovere di compensazione.

Il film è asciutto e agile nella costruzione, anche grazie a un cast che in gran parte attinge a interpreti sardi, trasformandosi da lungometraggio di finzione in un saggio di diritto processuale penale declinato come un documentario: le udienze, le perizie, l’esame dei testi e il dibattimento non attingono al repertorio del cinema giudiziario europeo o americano, utilizzando piuttosto una misura di racconto sobria e davvero apprezzabile, anche grazie a interpreti validi come Francesco Colella, che ha il ruolo del procuratore Piantoni.

Né si punta allo scandalo o al grottesco, quando, dai microfoni di Radio Radicale, Irene Testa [Geppi Cucciari], mostra in modo rilevante il potere che i media possono avere quando scelgono di seguire una vicenda rispettando la realtà dei fatti, e rinunciando a effettacci propagandistici e logiche commerciali. In tutto il film cresce la persuasione, tra i legali come nella gente comune, che Beniamino Zuncheddu sia al centro di un errore giudiziario dovuto certo alla superficialità di chi ha affrontato le indagini e il processo, ma anche a inconfessabili complicità tra inquirenti e teste d’accusa.

Di contro, il protagonista, che il siciliano Fabrizio Ferracane incarna in modo straordinario, sprofonda in una rassegnazione crescente, contrastata dal coraggio civile dei suoi avvocati, Mauro Trogu (Michele Riondino) e Elisa Osanna (Paola Giannini), partner di studio e di vita, come anche della procuratrice Francesca Nanni (Philippine Leroy-Beaulieu). Zuncheddu è un mite e non smette, neppure dietro le sbarre, di darne prova.

Sogna la semilibertà per lavorare e anela a tornare ai suoi pascoli e alla vita semplice e libera col suo gregge ma accetta l’ingiustizia subita come una grandinata che uccida un raccolto. Un film che premia il valore del dubbio, vera leva nella riapertura delle indagini e nella richiesta di revisione processuale, e che racconta la testarda rincorsa culminata nell’assoluzione, a gennaio 2024, di un uomo risucchiato per tre decadi in un vortice kafkiano senza alcuna colpa.