di Glauco Giostra
Avvenire, 20 agosto 2026
Non ci si preoccupa di risultare un Paese senza dignità, come il presidente Mattarella ha ammonito. Un Paese che sta andando incontro a una seconda condanna da parte della Corte europea, per trattamento inumano e degradante delle persone ristrette. Un Paese che ha ignorato anche l’altissimo e accorato appello di Papa Francesco. Decine di suicidi, centinaia di atti di autolesionismo, diverse migliaia di accertati casi di condizioni inumane e degradanti, innumerevoli insorgenze psichiatriche e generalizzate sedazioni farmacologiche, sezioni penitenziarie sequestrate dalla magistratura a causa della loro disumana inagibilità.
“Noi crediamo di aver abolita la tortura, e i nostri reclusori sono essi stessi un sistema di tortura la più raffinata; noi ci vantiamo di aver cancellato la pena di morte dal codice penale comune, e la pena di morte che ammanniscono a goccia a goccia le nostre galere è meno pietosa di quella che era data per mano del carnefice; noi ci gonfiamo le gote a parlare di emenda dei colpevoli, e le nostre carceri sono fabbriche di delinquenti”. Sembrerebbe un commento attuale, ma risale a più di 120 anni fa: Filippo Turati (Il cimitero dei vivi), che oggi, di certo, aggiungerebbe la torrida claustrofobia che induce a varcare i confini della disperazione, sospingendo verso quelli della alterazione mentale.
Ma dalle nostre stanze con aria condizionata o dalle nostre gradevoli località turistiche quest’inferno risulta lontano e ci disturba tutto ciò che ce lo ricorda. E la classe politica non ignora la conseguente bassissima redditività elettorale di un impegno in materia. Mentre fa finta di ignorare (ove ignorasse sarebbe ancora più preoccupante) la drastica riduzione della recidiva che sarebbe garantita da una carcerazione meno disumana. Quasi dieci anni fa, con ammirevole lungimiranza politica, era stato imbastito un articolato e complesso progetto di riforma, sulla scorta della miniera di dati, comparazioni, rilievi, proiezioni forniti dagli Stati generali dell’esecuzione penale. Di fronte al bivio politico se approvarlo per riportare il pianeta carcere nei territori della Costituzione e della civiltà ovvero se soprassedere per lucrare consensi nelle imminenti elezioni, si imboccò questa seconda strada, così non ottenendo i consensi e seppellendo ogni speranza di ridare presentabilità civile al nostro Paese.
Le attuali forze di maggioranza, se prescindiamo dalla soluzione indicata con spensierata inconsapevolezza dal sen. Gasparri (“Basta applicare le leggi che ci sono. Nordio, ci vuole un minuto per avviare questo percorso. Non bisogna nemmeno fare norme nuove”), si sono sempre e soltanto impegnate ad apparire impegnate: maggiore rigore repressivo nei confronti di detenuti oppositivi, promesse di nuove carceri, leggi poi dichiarate incostituzionali, task force modello Dulcamara, soluzioni propagandate come mirabolanti panacee e di modestissimo impatto, indagini conoscitive.
Quando autorevoli voci invocano un provvedimento di indulto per riportare in condizioni giuridicamente e eticamente accettabili l’attuale disumano affollamento, si obbietta che sarebbe un “segno di debolezza”. Si ostenta con orgoglio uno Stato muscolare e inflessibilmente vendicativo. Non ci si preoccupa di risultare un Paese senza dignità, come il presidente Mattarella nel suo applauditissimo quanto ignoratissimo discorso di insediamento ha autorevolmente ammonito (“Dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale del detenuto”), ribadendo più di recente che l’attuale situazione carceraria è “una vera e propria emergenza sociale sulla quale occorre interrogarsi per porvi fine immediatamente”.
Un Paese che sta inesorabilmente andando incontro a una seconda mortificante condanna da parte della Corte europea, per trattamento inumano e degradante delle persone ristrette. Un Paese verso il quale altri Stati europei rifiutano di trasferire condannati per l’incivile stato dei suoi penitenziari. Un Paese che ha ignorato anche l’altissimo e accorato appello di papa Francesco, che, per la prima volta nella storia, ha aperto una porta del Giubileo nella “basilica” del carcere, esortando a ridare speranza ai reclusi, anche con provvedimenti di clemenza. Evidentemente persino l’ardore religioso sfoggiato da molti politici nell’ultima campagna elettorale si è spento di fronte all’irresistibile fascino di una forza sorda all’umanità. Anche questo trumpismo carcerario passerà, ma purtroppo, direbbe Brodsky “si può facilmente immaginare il nostro -ismo, impreziosito dal suo post, entrare comodamente, sulle labbra dei cretini, nel porto del futuro”.










