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di Massimo Giannini

La Repubblica, 18 gennaio 2024

I suicidi di Matteo Concetti e Stefano Voltolina ci ricordano cosa sono le nostre prigioni: un inferno. E cosa è diventato il nostro Paese: il regno dell’inciviltà. Adriano Sofri - che lo ha abitato e lo ha studiato - sostiene che il carcere non è ancora la morte, benché non sia più la vita. Ed è verissimo, se lo guardi dal punto di vista di chi in qualunque modo gli sopravvive. Non ho l’esperienza e la conoscenza di Adriano, ma qualche patria galera l’ho visitata e l’ho frequentata. Rebibbia, a Roma. San Vittore, a Milano. Da direttore della Stampa, per un anno, ho affidato una splendida rubrica mensile ai detenuti di Costituzione Viva. Le ho viste, quelle anime sospese tra il “non ancora” e il “non più” di cui parla Sofri. I condannati a più di tre anni, ammassati in sei nelle celle da cinque metri quadrati. Oppure i cosiddetti “critici” reduci dalle torture dei lager libici, rinchiusi in isolamento dietro le sbarre in cubi vuoti da tre metri quadrati dove c’è solo una branda di cemento e nient’altro, guardati a vista dalle guardie ventiquattrore su ventiquattro perché possono procurarsi “autolesioni”.

È un viaggio agli Inferi che consiglio a chiunque. Soprattutto ai politicanti d’accatto che cinguettano sui social “chiudiamoli dentro e buttiamo la chiave”. La tragedia è che per molti il carcere è morte a tutti gli effetti. Morte fisica, morte biologica. Non solo affettiva, sociale. I suicidi in galera, ormai, sono come gli incidenti d’auto: accadono, e basta. Nel 2023 sono stati 66. In questo inizio di 2024 già altri due. Sono storie minori, trascurate, dimenticate, che ti spezzano il cuore.

La storia di Matteo Concetti l’ha raccontata sua madre. Era recluso a Montacuto, ad Ancona. Aveva un disturbo bipolare, non poteva e non doveva stare in prigione. Eppure lo tenevano in isolamento. All’ultimo colloquio con i genitori, il 5 gennaio, ha urlato “non mi lasciate solo, non ce la faccio, così io mi ammazzo”. I suoi hanno implorato le guardie: fate qualcosa. Gli hanno risposto “oggi non c’è nessuno, non vi possiamo aiutare”. Quattro giorni dopo Matteo, all’alba, si è impiccato al tubo del bagno: ha rispettato la sua promessa, di fronte a uno Stato che non l’ha fatto.

La storia di Stefano Voltolina, invece, ce l’ha sbattuta in faccia la sua insegnante, volontaria alla biblioteca del carcere Due Palazzi di Padova, dove il ragazzo doveva scontare una condanna fino al giugno del 2028. Stesso “copione”: una psiche contorta e un “sistema” che non la capisce. Stesso epilogo: il lenzuolo stretto intorno al collo, la caduta, e la vita-non-più-vita diventa morte.

Non importa niente spiegare per cosa erano stati condannati, questi poveri cristi. Il punto è che nell’inferno delle carceri pietà l’è morta da un pezzo e nessuno se ne preoccupa, a parte Ilaria Cucchi. Il punto è che la funzione rieducativa della pena scritta in Costituzione non è più neanche una chiacchiera da bar. Nel ‘700 Voltaire scriveva che la civiltà di un Paese si misura dalle condizioni delle sue carceri. Era il Secolo dei Lumi. L’Italia di oggi è un monumento all’inciviltà.