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di Paola Fucilieri


Il Giornale, 8 novembre 2020

 

Un centinaio di detenuti contagiati dal Covid solo nel carcere milanese di San Vittore. Il culmine è stato raggiunto venerdì sera e nella casa circondariale è scattato subito l'allarme. In piazza Filangieri, infatti, c'è un hub, ovvero un reparto attrezzato per la cura del "Covid-19" creato dall'amministrazione penitenziaria presso l'istituto milanese in collaborazione con la Regione Lombardia, fortemente voluto per esigenze sanitarie dal direttore Giacinto Siciliano.

Si tratta però di 50 posti su due piani, più altre 7 camere per detenuti addetti al lavoro nel reparto. Così l'emergenza di venerdì ha costretto a dover rivedere tutte le disposizioni e nelle scorse ore pare ci sia stato un vero e proprio "travaso" di detenuti.

"Il che significa, teoricamente, che dovrebbero trasferire i contagiati, creando reparti appositi per separarli all'interno dello stesso istituto o altrove, ma sempre e comunque in ambito penitenziario". Chi parla è Leo Beneduci, segretario generale dell'Osap (la sigla sta per Organizzazione sindacale della polizia penitenziaria, il secondo sindacato nazionale in Italia con seimila iscritti e primo a Milano e in Lombardia). Beneduci ha svolto attività sindacale nelle carceri fino al 6 ottobre.

"Poi mi è venuta la febbre (ma non l'ho presa in carcere) e quando sono risultato positivo al tampone mi sono messo in quarantena", ci spiega. I dati ufficiali più recenti di cui l'Osapp dispone parlano di 424 detenuti malati all'interno di case circondariali e istituti penitenziari e di 524 infetti tra il personale della polizia penitenziaria e quello civile.

"Dobbiamo ricordare però che proprio tra il personale ci sono moltissimi di noi che si sono messi in isolamento volontario dopo aver saputo di essere entrati in contatto con detenuti o colleghi contagiati - insiste il segretario generale del sindacato Osapp. Per questa ragione quando si parla di personale delle carceri coinvolto dal contagio noi, considerando il "sommerso", stimiamo almeno oltre 1.500 unità".

Dopo le decisioni forti prese dal governo prima delle rivolte di massa nelle carceri, i colloqui con i familiari vennero sospesi, gli spostamenti dei detenuti all'interno delle carceri limitati al massimo così che il contagio si potesse calmierare. "L'amministrazione penitenziaria sembrava aver avuto una visione realistica di quelle rivolte: i detenuti sostenevano di aver distrutto gli istituti penitenziari per la sospensione dei colloqui, ma chi aveva creato i danni maggiori, in realtà, era proprio chi di colloqui non ne faceva mai, soprattutto extracomunitari - prosegue il sindacalista -. Questo lascia immaginare, anche se le indagini sono ancora in corso, che la regia delle rivolte sia stata programmata dagli "AS" (acronimo che sta per detenuti ad Alta Sicurezza, affiliati alle organizzazioni criminali o già in regime di 41bis) per ottenere benefici di pena o quant' altro. E i danni sono costate ai cittadini dai 40 ai 60 milioni di euro".

E aggiunge: "Sempre durante la prima emergenza Covid-19 il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede decise che oltre ai detenuti a rischio per infermità (uscirono molti mafiosi) tra i detenuti in generale, avrebbero potuto lasciare le carceri coloro con una pena residua inferiore ai 18 mesi, per andare ai domiciliari magari con il braccialetto elettronico.

Bonafede aveva parlato di 5mila persone, ma secondo le nostre stime, se va bene, di detenuti con quella misura ne sarebbero usciti al massimo mille: la misura infatti non si può applicare ai detenuti che non hanno fissa dimora, come moltissimi extracomunitari e poi, dopo tutte le polemiche per gli appalti di quei braccialetti anche prima del coronavirus, non mi risulta che ci siano così tanti braccialetti elettronici disponibili".

C'è poi il capitolo, a dir poco bollente, del personale della polizia penitenziaria e di quello civile che lavora in carcere. "Il personale è obbligato a portare la mascherina e a utilizzare i guanti e qualora non lo facesse potrebbe essere sottoposto a procedimento disciplinare - sottolinea Beneduci. Ora, dopo un'iniziale sospensione dei colloqui (voluta anche da tanti detenuti proprio per proteggere i familiari) in molte carceri sono ripresi i momenti di socialità e c'è addirittura chi fa palestra, scuola, va al campo di calcio, in biblioteca o semplicemente passeggia senza mascherina".

"Ci sono Case circondariali dove è stato permesso di avere colloqui non protetti, dove i reclusi si abbracciano e si baciano con i familiari - continua Beneduci. È vero, in alcuni istituti sono stati montate divisorie in plexiglass, e si parla con i congiunti anche in videoconferenza. Ma la verità è che ora, per probabile timore o incapacità dei vertici del Dap, il ritorno della pandemia è stato sottovalutato".