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di Pieremilio Sammarco*


Libero, 30 giugno 2021

 

Tra le varie ipotesi di riforma della giustizia in discussione vi è un tema sensibile di grande rilievo sociale: la ingiusta detenzione e segnatamente la custodia cautelare subita da cittadini poi rivelatisi innocenti. In questi giorni sono stati pubblicati nella Relazione al Parlamento per l'anno 2020 elaborata dal Ministero della Giustizia i dati relativi alle misure cautelari personali coercitive emesse nell'anno 2020 e la loro lettura offre un contributo aggiuntivo al dibattito in corso.

Nel 2020 sono state emesse dai Tribunali italiani 82.199 misure cautelari di cui quasi il 30% relative alla custodia in carcere ed oltre il 26% relative agli arresti domiciliari. Per i procedimenti giudiziari pregressi, oltre il 9% dei cittadini sottoposti a misure cautelari è stato assolto e dunque ingiustamente privato dai magistrati della libertà personale. Il distretto della Corte di Appello di Roma è quello che ha disposto più di tutti gli altri la custodia cautelare, seguito da quello di Milano. Ma se si analizzano in dettaglio i dati sui provvedimenti di restrizione della libertà personale dichiarati poi illegittimi, la Corte di Appello di Reggio Calabria risulta quella con il più alto numero di flop (43), seguita da Napoli con 40, Roma con 36, Palermo con 34 e Catanzaro con 32.

Per quanto riguarda l'aspetto riparatorio, cioè le somme liquidate dai Tribunali per l'ingiusta detenzione, i dati del ministero delle Finanze dicono che per il 2020 l'esborso complessivo è stato di circa 37 milioni di euro ed è riferito a 750 ordinanze, con un importo medio di euro 49.278 ciascuna. E trai distretti di Corte di Appello i cui uffici hanno causato l'indennizzo in favore dei cittadini ingiustamente privati della loro libertà personale, al primo posto della classifica vi è Reggio Calabria con una spesa di quasi 8 milioni di euro, seguita da Catanzaro con 4,5 milioni, Palermo con 4,3 milioni e Roma con 3,5 milioni.

Il riconoscimento del diritto alla riparazione per ingiusta detenzione non può essere ritenuto indice di sussistenza di responsabilità disciplinare a carico dei magistrati che abbiano richiesto, applicato e confermato il provvedimento risultato ingiusto. Di interesse è rilevare che attraverso un doppio monitoraggio sia sulle ordinanze di accoglimento delle domande di riparazione sia sulle decisioni della sezione disciplinare del Csm, inspiegabilmente non vi è una correlazione tra il riconoscimento del diritto alla riparazione accertato nei citati provvedimenti e la responsabilità disciplinare dei magistrati che hanno disposto l'illegittima misura cautelare, i quali non vengono mai adeguatamente sanzionati in sede disciplinare. Forse, anziché dibattere sull'abrogazione referendaria della norma che vieta al cittadino danneggiato di chiamare in causa il magistrato ai fini dell'accertamento della sua responsabilità, occorre intervenire sul procedimento disciplinare, al fine di renderlo più credibile agli occhi del pubblico.

 

*Professore di Diritto Comparato dell'Università di Bergamo