di Shendi Veli
Il Manifesto, 28 dicembre 2025
Due sociologi dell’Università di Genova. Sebastiano Benasso, ha curato l’antologia “Trap! Suoni, segni e soggettività nella scena italiana”. Davide Filippi è autore di uno dei contributi. “Quello che trovo interessante è questa reazione di fastidio che la musica trap, così come la parola maranza, suscita nel senso comune. Nasce dal fatto che non si ritiene legittimo il punto di vista di alcuni soggetti: giovani, periferici, non culturalmente omologati alla maggioranza. È emersa la voce di una popolazione giovanile non bianca che prima non era rappresentata nella musica italiana, mentre in Francia e Inghilterra succede da decenni. La reazione è il panico morale, cioè alimentare paura e indignazione verso un fenomeno sociale in modo del tutto sproporzionato rispetto alla minaccia reale”.
Ultimamente si fa un gran parlare di maranza e baby gang…
Davide Filippi: Prima la parola maranza era autorappresentazione. Ultimamente è diventata sempre di più un’identità definita dall’alto. Leggi, politica, televisione. Una categoria sulla quale costruire l’emergenza e poi la repressione.
Sebastiano Benasso: Questo tentativo istituzionale però trascura il fatto che a riconoscersi nel termine maranza non sono solo i ragazzi di seconda generazione che delinquono ma una enorme fetta di giovani. Si trascura completamente il contesto culturale e sociale.
La musica trap viene accusata di istigare alla violenza...
S.B.: C’è uno scarto enorme tra violenza reale e violenza raccontata. Riparto dalla dimensione musicale. Il tema della violenza sta al centro, ma è molto chiaro a chi vuole prestare ascolto quanto la vita criminale venga sempre descritta come reazione alla violenza istituzionale che si è accumulato nella propria biografia, fin dall’infanzia. L’assistente sociale è tipicamente uno degli antagonisti principali. E poi c’è la violenza economica. Essere stati esposti a un discorso che produce una serie di desideri che però tu, in quanto soggetto che viene da una certa parte di mondo e di città, non puoi realizzare. Qui si crea l’inciampo di alcune interpretazioni politiche e sociologiche: com’è che voi svantaggiati assimilate questo desiderio di consumo? Ci si aspetta che questi ragazzi e ragazze siano il motore del cambiamento. Una pretesa mal riposta.
D.F.: C’è la riappropriazione della ricchezza. Ma è totalmente individuale, basata sulla competizione, coerente con la forma delle relazioni sociali contemporanee. E per questo che secondo me il fenomeno della trap difficilmente può ascriversi alla storia delle controculture che, per definizione, si sviluppano in antitesi alle forme di relazione del loro periodo. La vita di cui questi artisti parlano nelle loro canzoni invece è assolutamente adeguata allo spirito del tempo. Il problema è che sono soggetti imprevisti, nessuno si aspettava che fossero in grado di appropriarsi dei mezzi con cui si produce il discorso pubblico oggi, ovvero la musica, le piattaforme, la moda.
S.B.: Un aspetto di comunanza però sta nell’uso della lingua che in senso più simbolico indica un senso di solidarietà tra soggetti delle periferie globali. Il quartiere lo chiami ghetto, banlieue, barrio. E ricostruisci questo senso di appartenenza post etnica.
La religione, soprattutto islamica, gioca un ruolo in queste nuove identità ibride?
S.B.: L’Islam viene usato in maniera strategica. Un elemento distintivo della propria alterità rispetto alla società in cui si vive ma non in termini rigidi. L’utilizzo dell’arabo nelle canzoni trap parla di questo, rivendicare delle eredità culturali ritraducendole nelle forme di vita del mondo giovanile diffuso. Se non riuscissero a parlare a tutti non scalerebbero le classifiche.
D.F.: Poi c’è la Palestina. Dopo aver detto che questi ragazzi sono individualisti e coerenti al discorso neoliberale dobbiamo dire anche che la causa palestinese ha creato un terreno comune con alcune parti dei movimenti sociali. Gli attacchi che ci sono stati agli attivisti milanesi dopo gli scontri alla stazione centrale di Milano raccontano di un timore: che dalle etichette repressive si passi un auto riconoscimento politico, tra persone che la politica relega ai margini.









